venerdì 17 aprile 2020

Cedesi DNA

A dicembre mi sono regalato un kit sul DNA, uno di quelli che va tanto di moda e che dovrebbe indicarti le tue origini. Il solo fatto che potrebbe rivelare a un razzista di avere antenati “non di razza pura” basterebbe a farlo diventare obbligatorio per tutti.

Comunque, nel mio caso, sono contento di vedere confermato quello che già sapevo.
A fronte di un DNA per il 60,6% Italiano, il resto si divide tra Nord Africa e Medioriente. Non male. Quasi il 40% rappresentato quindi da un’area molto coerente e omogenea, del resto il mio cognome è molto diffuso in Marocco e in famiglia ci vantiamo sempre delle nostre origini. Resta solo quell’1,8% di Scozzese, Irlandese e Gallese, che è la vera sorpresa, forse qualche marinaio sbadato al tempo dei Normanni.

 Finita la parentesi autocelebrativa si apre la questione privacy.
Come è stato più volte sottolineato, se in passato condividere dati personali risultava una violazione della nostra sfera personale, adesso lo facciamo volentieri e spesso paghiamo per poterlo fare.
Il sistema di per se è geniale.
Se Governi o aziende private ci avessero chiesto le foto dei nostri figli ovviamente avremmo rifiutato; invece è da anni che condividiamo ogni aspetto della nostra vita sui social e siamo ben contenti di farlo in cambio di like e della voglia di soddisfare il nostro desiderio di egocentrismo.

Prendiamo ad esempio questo kit del DNA e immaginate per un attimo che il nostro Governo decidesse di fare una mappatura di tutti gli italiani e chiedesse a ognuno un tampone. La levata di scudi sarebbe unanime, si griderebbe alla dittatura e a ogni altro genere di fantasia scaturita da menti attente ma che vivono forse nell'epoca sbagliata. Già anni fa abbiamo assistito alla polemica sulla volontà di inserire le impronte digitali nella carta di identità, una polemica inutile visto che i nostri documenti avevano già ogni genere di informazione sul nostro contro ma soprattutto, ancora più inutile oggi che, utilizzando le nostre impronte per sbloccare gli schermi dei nostri telefoni, stiamo già regalando i nostri dati alle multinazionali.

Comunque, come dicevo, adesso non solo stiamo dando ad aziende sconosciute il nostro DNA ma paghiamo anche per farlo, il che è assurdo se ci pensate.
Chi utilizzerà questi dati e a quali fini? Chi son queste aziende? A chi appartengono? A questo punto non sarebbe più sensato che fossero i Governi a gestire queste informazioni così delicate? Non parliamo dei dati di una carta di credito, ma del DNA, la mappatura dell’essere umano, la cosa in assoluto più importante che ci possa essere.

Di tutte queste domande l’osservazione più incredibile è il fatto di come siano riusciti, cambiando il modello comunicativo, ad avere da noi ogni genere di informazione e a farsi dare pure dei soldi. Altro che pericolose dittature che rischierebbero di far ribellare la gente! Hanno rispolverato il vecchio e sempre valido “panem et circenses” Romano.
Tenete un popolo sazio e divertito e lui farà tutto quello che volete.

A volte il vero male si manifesta nel genio.

mercoledì 8 aprile 2020

Di seguito un mio articolo apparso sulla rivista "Morel, voci dall’isola": https://bit.ly/3aWappU

Parlo di "esistenzialismo" come chiave di lettura di questa crisi, di Sarte, di Camus, di Taoismo e di altro.

Buona lettura.

"Ritorno all’esistenzialismo; per la nascita di una nuova società dalle ceneri del Covid-19.

In questi giorni sto rileggendo Sartre, o meglio, un saggio scritto da Sarah Bakewell dal titolo “Al caffè degli esistenzialisti” e pubblicato in Italia da Fazi Editore.

Ho pensato che l’esistenzialismo, questa corrente che influenzò il mondo dal secondo dopoguerra fino all’inizio degli anni 80 dello scorso secolo, potrebbe essere oggi la nuova chiave di lettura per questo tempo afflitto dalla pandemia che ha reso, mai come oggi, il nostro futuro così incerto.

Sartre lavorò alla sue idee durante i tragici giorni della seconda guerra mondiale, e quando nel 1945 li espose al mondo questo causò un inaspettato terremoto negli animi e successivamente nella società per i decenni a venire.

Ma qual era lo scenario europeo all’indomani della guerra? I popoli avevano raggiunto l’apice della loro civiltà, e votati ciecamente ai loro governi si erano gettati in una guerra fratricida culminata nelle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki. Quale fiducia potevano ancora avere questi sistemi costituiti? Non è un caso che il concetto di Europa Unita nasca proprio per mettere da parte ogni nazionalismo e tentare di costruire un mondo nuovo, senza barriere o leaders.

Ma come gli uomini potevano gestire questo ammasso di macerie sia fisiche che morali? Quale rinnovamento poteva essere all’altezza dei tempi?

La risposta venne da Jean-Paul Sartre che nel suo saggio La fine della guerra, pubblicato nell’ottobre del 1945 esortò i propri lettori a scegliere che tipo di mondo volessero, e a realizzarlo: “A partire da oggi”, scrisse, “dobbiamo sempre tenere conto della nostra consapevolezza di poter distruggere noi stessi quando vogliamo, con tutta la nostra storia e, forse, anche la vita stessa sulla Terra. Nulla ci ferma, eccetto la nostra libertà di scelta. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo decidere di vivere.”

Come in un nuovo Rinascimento o Illuminismo, l’uomo veniva posto nuovamente al centro dell’attenzione. E se in passato a essere scavalcati furono i dogmi religiosi, adesso erano quei sistemi statali che si erano posti al di sopra di tutto, trasformando le menti in masse da utilizzare a proprio piacimento.

Ma quale può essere il legame tra Esistenzialismo, Covid-19 e le sue conseguenze?

Se nel dopoguerra la sfiducia verso i governanti fu causata dall’aver trascinato l’Europa in guerra, oggi deriva dall’incapacità della classe politica di proteggere i cittadini e dal suo porre la salvaguardia del modello capitalista come priorità rispetto alla tutela della vita e della salute di milioni di persone.

Quella di oggi è una guerra, al momento senza bombe, una piaga silenziosa che oltre ai morti ha portato al blocco delle nostre vite e della nostra società mettendoci davanti al fatto che nulla sarà come prima una volta finita questa emergenza.

Ogni giorno in più di quarantena cambia ulteriormente il nostro futuro. È come una storia fantascientifica dove ogni azione influenza definitivamente i giorni a venire. Più ci allontaniamo dal momento in cui è scoppiata questa tragedia e più mutano le carte in tavola ridisegnando numerosi futuri alternativi che possiamo solo immaginare di volta in volta.

Riguardo la trasformazione improvvisa delle nostre vite ci tornano familiari le parole di Albert Camus nel romanzo “La Peste”: “tutti questi cambiamenti, in un certo senso, sono stati così straordinari e si sono compiuti così rapidamente, che non è stato facile considerarli come normali e duraturi”.

Come si pone quindi in questo contesto il nostro essere? Cosa possiamo fare?

Il nemico di oggi non sono i costumi morali, ma il sistema economico, quel capitalismo che col crollo dell’Unione Sovietica ha avuto terreno fertile per imporre il suo sistema, ed è allora che è necessario questo periodo di tregua, di riflessione e di ritorno alla definizione di essere umano.

Bisogna creare un uomo nuovo, perché è dove non c’è evoluzione dello spirito e durante i periodi di grande stagnazione morale che scende l’oscurità, non a caso qualcuno disse: “il sonno della ragione genera mostri”.

Ma come otteniamo questa rigenerazione morale?

Anche qui Sartre aveva le idee chiare, la risposta è nella stessa libertà dell’uomo, una libertà che se compresa ci permette di reinventare chi siamo e il mondo in cui viviamo, rompendo le catene di quel sistema che ci ha abituati a pensare per noi e ci ha anestetizzati muovendoci a suo piacimento.

Lo scrittore francese lo spiega in modo chiaro: “Non c’è un cammino tracciato per condurre l’uomo alla sua salvezza; egli deve costantemente inventare questo suo cammino. Tuttavia, nell’inventarlo, egli è libero, responsabile, senza alibi, e ogni speranza di esserlo risiede in lui.”

Abbiamo pertanto due argomenti fondamentali, il primo è che non esiste un cammino già definito, e questa idea si contrappone alle rigide catene della società che ci impongono uno stile di vita già pensato da altri, e poi c’è il concetto dirompente di libertà, perché qualsiasi rivoluzione sia fisica che interiore parte dal coraggio di prendere in mano la propria esistenza e di farne ciò che si vuole.

Il concetto filosofico qui va anche oltre, perché siamo anche davanti al concetto di “think out of the box”, ogni cosa può essere reinventata da noi perché non esiste un modo unico per risolvere un problema, come anche per affrontare la vita.

Lo stesso Taoismo ha questo concetto insito nella sua dottrina, il Dao De Jing, il libro da cui nasce questa filosofia inizia in un modo dirompente: “La via che è veramente via non è una via costante.” Qui la via è il Dao (道), che in Cinese indica anche la virtù. La frase, che da sola potrebbe riassumere tutta la dottrina, può essere letta in diversi modi, ma comunque ogni interpretazione è simile, ovvero: ciò che noi possiamo definire Via (Dao/Virtù) per essere tale, non deve essere costante. Deve essere in perenne mutamento. Una vita uguale a se stessa non può essere definita vita.

Da qui possiamo riallacciarci al pensiero di Sartre e alla sua applicazione attuale. Solo mutando la nostra stessa esistenza possiamo intraprendere un percorso nuovo, virtuoso. Per farlo dobbiamo riacquistare la libertà, fuggire dal vecchio sistema e crearne uno nuovo.

Questo non sarà definitivo, ma durerà fino a quando non raggiungeremo un nuovo apice e poi il conseguente ristagno, finché, attraverso mutamenti che potranno essere di vario tipo, (guerre, pandemie, crisi economiche, cambiamenti climatici) vedremo l’inizio di un nuovo periodo di rinnovamento.

Allora mai come in questi giorni c’è bisogno di rileggere e capire l’Esistenzialismo, perché potrebbe essere quella scintilla che aiuterà il genere umano a uscire da questa tragedia dandogli gli strumenti necessari per costruire il mondo nuovo che lo aspetta."

domenica 5 aprile 2020

Senza Evoluzione non ci sarà una vera Rivoluzione

Il termine “rivoluzione” è una parola amata, ed abusata da tutti, sia a destra che a sinistra, nessuno sfugge al suo fascino, nessuno può fare a meno di invocarla come promessa in un’eventuale successo politico o di qualsiasi altro grandioso passo che si sta per compiere in un determinato ambito.
Si elegge un nuovo direttore? Sarà una rivoluzione! Viene lanciato sul mercato un nuovo dispositivo? Ovviamente siamo davanti ad un prodotto rivoluzionario!
Arriva una rivoluzione? Allora è il caso di dire che sarà proprio una rivoluzione!

Personalmente però non amo molto questo termine, basterebbe riflettere un attimo sul significato della parola stessa per dissociarsene immediatamente.
Scientificamente, Il moto di rivoluzione è il movimento che un pianeta o un altro corpo celeste compie attorno a un centro di massa.
In pratica è il tempo che impiega un pianeta a tornare al punto di partenza, di solito, per convenzione, a questo tempo abbiamo dato il nome di "anno".
Vista così, la rivoluzione non ci fa proprio una bella figura, produrre una tale energia per poi ritrovarsi sempre allo stesso posto non può essere considerato un successo. E di fatto, almeno nella storia, tutto quello che noi definiamo come "rivoluzione", è stato solo un cambio di vertice repentino senza passare dai normali strumenti democratici.
Di solito questi moti popolari sono terminati con il restaurarsi dei vecchi sistemi, o con la creazione di nuovi equilibri non dissimili dai precedenti.
Dunque, ormai, credo che il termine rivoluzione vada messo in soffitta per un po' di tempo, per lasciare spazio a nuovi modelli di sviluppo ed a parole che diano nuovo senso alle nostre azioni. Concetti semplici che però illuminino le menti, segnando nuovi approcci a problemi antichi.
Ormai è da tempo che nella mia mente ruota una sola fortissima parola: EVOLUZIONE! Perché è questo che credo manchi alla nostra società, una evoluzione che porti all'abbandono di vecchi modelli in favore di nuovi. Evoluzione spirituale ed interiore, ciò che porta un uomo ad elevarsi costantemente, a non essere mai lo stesso di ieri, e a non aver paura di cambiare pelle. Perché diciamoci la verità, la gente ha paura di cambiare, ha paura di abbandonare le sue certezze, benché false e ormai fallimentari, l'essere umano preferirà sempre una rivoluzione ad una evoluzione, fa parte della sua natura, del suo ripetere la storia mille e altre mille volte ancora, pur di non fare un salto nel buio ed evolversi.
Spesso penso che l'essere umano debba anche ancora progredire dal punto di vista fisico e soprattutto celebrare. Certi atteggiamenti primitivi, come l'odio, l'invidia, la paura e la conseguente aggressività, sono tutti retaggi che influenzano fortemente il nostro presente, retaggi che impediscono lo sviluppo e l'evoluzione del genere umano.
Finché non saliremo un nuovo gradino nella scala evolutiva non potremo aspettarci nulla di nuovo dal mondo in cui viviamo. 
Evolversi per migliorare e sopravvivere, ecco a cosa dobbiamo ambire. 
Anche in politica è la stessa cosa, il nostro paese non ha bisogno di rivoluzioni, ma di evolvere un sistema ormai fermo da decenni, di innovare, di sviluppare, di accrescersi. 
Le rivoluzioni hanno portato solo milioni di morti, ma l'evoluzione ci ha dato il progresso e tutto quello che ne consegue.
Forse è questo il motivo per cui non amo ripetere sempre gli stessi schemi nella mia vita, voglio sempre provare cose nuove, fuggire alla monotonia ed al ristagno della vita quotidiana.
Alzare l’asticella per poi superare i propri limiti è un esercizio che dovremmo compiere quotidianamente, per migrare dal concetto rivoluzionario a quello evolutivo.
Non provarci sarebbe da folli, o forse, solo da rivoluzionari!

Ogni impedimento è giovamento

In questa vita, non sai mai quanto un'azione compiuta in un determinato periodo possa poi avere ripercussioni nel futuro, e questa regola vale per tutti, sopratutto se di mestiere suoni nei Queen. 
Questa breve storia parla di una serie di incontri e contaminazioni tra la band inglese e Michael Jackson.
"Hot Space" è unanimamente riconosciuto come il peggior album della band inglese. Nato sotto una cattiva stella, i quattro musicisti londinesi lo giustificarono come la voglia di provare qualcosa di nuovo e di sperimentare un sound diverso, di certo una scelta azzardata quando sei una rock band e rischieresti di compromettere la tua carriera solo per la voglia di metterti in gioco. 
Ma cosa c'entra questa storia con Michael Jacksos? Beh, presto detto. Nello scenario musicale mondiale i Queen erano reduci dallo strepitoso successo di "The Game", l'album più breve della loro carriera, poco più di 35 minuti di ascolto, ma che conteneva "Another one bites the dust", in assoluto il singolo più venduto nella storia della band, pezzo che gli aveva fatti affermare nel mercato statunitense, soprattutto tra la comunità afroamericana che rappresentava adesso una fresca piazza da invadere. E fu proprio Michael a sancire il successo dell'album suggerendo di far diventare il pezzo scritto da Deacon un singolo. Senza il suo contributo questo brano non avrebbe così influito sulle scelte stilistiche della band da li a poco. In pratica un nuovo lavoro non era solo atteso, ma gli avrebbe forse fatto conquistare definitivamente l'immortalità. Ma così purtroppo non fu. La verità sta altrove, molto probabilmente, visto il successo mondiale di "Another one bites the dust", i quattro musicisti vollero speculare sull'accaduto e bissare gli incassi producendo un album totalmente funky e dance. In più, cosa accertata, Hot Space è frutto di un capriccio di Mercury, che in quel periodo era succube del suo assistente personale Paul Prenter, il quale insistette per questo cambio dance della band, per avere un sound che ricordasse, come affermò Roger Taylor in un'intervista, l'atmosfera di un gay club. Infine l'operazione era anche fortemente voluta dal bassista John Deacon, che essendo autore di "Another one bites the dust" si sentiva titolato a dettare la linea di questa svolta dance.
"Hot Space" fu registrato in Germania, in un clima teso e cupo, lontano dai paesaggi incantati come quelli di Montreux in Svizzera dove vide la luce, ad esempio, "Jazz" uno degli album più belli ed eclettici della band. All'ascolto il disco risulta a tratti imbarazzante, e benché comprenda alcuni brani interessanti come "Put out the fire", "Life is real" e "Las palabras de amor", manca completamente di personalità e soprattutto delle solite quattro tracce che nella tradizione dei Queen rappresentano l'ossatura di ogni loro lavoro su cui poi posizionare il resto delle canzoni. Qui abbiamo invece solo "Under Pressure" a tirare l'intero album ed il resto è un lungo disagio. Sembra quasi di ascoltare una di quelle band diventate famose per una canzone, mentre il resto del disco è da buttare. Benché, come ho già scritto sopra, ci sono diversi brani di qualità, tutto il lavoro dei Queen viene distrutto dalla presenza di quelli che dovrebbero essere i brani di punta, orrende stonature come "Dancer", "Staying Power", "Action this day" o "Body language", dei pezzi così brutti che fanno passare in secondo piano tutto il resto, una manciata di minuti che sono bastati a mettere in crisi una band decennale e a segnare una macchia nera nella loro carriera. A seguito di questo album i Queen persero completamente il mercato degli Stati Uniti, per poi rientrarci solamente dieci anni dopo grazie all'utilizzo di "Bohemian Rapsody" nel film "Wayne's World".
Quello che ne seguì fu una crisi della band che non si risolse nemmeno dopo il ritorno alla ribalta con "The Works", album futurista che ancora oggi incanta con le sue sonorità e la struttura solida e coerente, ci volle il 1985 e il "Live Aid" per ridare voglia ai Queen di continuare a suonare insieme, ma questa è un'altra storia. 
Ora, come dicevo all'inizio di questo pezzo, non sai mai quanto un'azione compiuta oggi possa avere effetti negativi o positivi nel futuro, e nel caso di "Hot Space" qualcosa di buono è successo. Nonostante infatti la sua bruttezza, il Re del pop Michael Jackson ha sempre dichiarato di essersi ispirato a "Hot Space" per realizzare il suo album record "Thriller", come questo sia stato possibile lo ignoriamo, ma è anche vero che in alcuni brani, come ad esempio nel finale di "Put out the fire" i vocalizzi di Mercury sembrano anticipare quelli che poi diventeranno un marchio nella carriera di Jackson. 
Non sappiamo in che misura "Hot Space" abbia influenzato il povero Michael, ma possiamo immaginare che senza il suo suggerimento di far diventare "Another one bites the dust" un singolo, e senza quindi la scelta dei Queen di produrre il loro peggior lavoro, l'album "Thriller" non sarebbe stato quello che abbiamo imparato a conoscere, e che quindi, tutto sommato, un significato a certi "incidenti " c'è sempre, del resto in Sicilia amiamo dire: "ogni impedimento è giovamento ", e sembra che questa volta sia proprio andata così.

Fai del bene... e dillo in giro

Ma dove sta scritto che le buone azioni non vanno condivise? Perché se uno fa del bene deve tenerselo per se mentre il male può essere diffuso senza il rischio di ricevere attacchi e polemiche? 
Su Facebook, ma non solo, è il trionfo dei post al veleno, dell'insulto e dell'offesa, questo e molto altro trovano consenso, come se la lamentela e la negatività fossero diventate la normalità in questa epoca.
I cattivi modelli poi si sprecano, oramai da Berlusconi in poi un politico onesto è uno stupido, solo chi ruba può essere degno di stima, così anche per i tanti cattivi esempi prodotti dalla tv spazzatura, antieroi rozzi e cafoni che mostrano al paese che basta essere ignoranti per avere successo. 
Tutto questo è tollerato e amplificato, il bene no. Se fai beneficenza e osi dirlo in giro, arriverà sempre il minchione di turno che ti dirà: "La beneficenza si fa in silenzio". Ma anche no, rispondo io. In questo mondo arido voglio vedere la beneficenza, voglio le buone azioni, i modelli positivi, voglio che personaggi famosi e gente comune condividano il bene, perché forse è l'unico modo per invertire la rotta. Avete presente la frase fatta che dice che il natale deve essere tutti i giorni? Beh non si riferisce al cenone in famiglia, ma a fare del bene e a non scordarlo, perché nella vita c'è anche questo e dobbiamo ricordarlo sempre. Siamo ormai imbruttiti, abituati all'orrore, alla competizione e all'opportunismo. Sui social applaudiamo chi si comporta nel modo peggiore amplificando il male e tutte le sue sfumature.Quindi perchè il male lo esaltiamo mentre il bene tendiamo a soffocarlo? Forse per invidia? Per un senso di inadeguatezza? Forse perchè per fare del male basta il minimo sforzo mentre nel bene bisogna sempre mettere in gioco qualcosa, anche in termini di tempo e denaro?Le ragioni sono tante, ma una cosa è certa, smettiamola di dire che la beneficenza si fa in silenzio perchè questa cosa ha proprio rotto, e soprattutto non è il momento adatto per tenersi fuori dalla mischia.
Ricordiamoci sempre: "il male è una scorciatoia, il bene un percorso."

domenica 29 marzo 2020

Pensieri in quarantena sulla Sicilia

Utilizzando spesso un vecchio luogo comune, amiamo dire che i siciliani sono isole nell’isola e che ogni città o paese, a suo modo, è un’isola a se stante nel panorama di questa enorme massa ti terraferma che ama paragonarsi in qualche modo al mare.
Eppure mai come in questi giorni questa emergenza virus ci ha trasformati tutti in isole, siamo diventati un grande arcipelago chiusi nelle nostre case, in scatole che fino a qualche settimana fa vivevamo come luoghi di passaggio, presi da una frenesia che ci faceva abitare i nostri spazi solo la sera o nei fine settimana.
Oggi invece siamo tutti qui, catapultati all’improvviso in una realtà vista solo nei film o immaginata nei peggiori scenari della Protezione civile. Un cambiamento così rapido che in molti non lo riescono ancora a realizzare, così abituati alle nostre piccole routine fatte, alla fine, di momenti semplici, di contatti umani e di senso di libertà.
Come attraversa la Sicilia questa nuova dimensione? Forse come il resto d’Italia. Noi così abituati a vivere una quotidianità dove l’onirico di mescola al reale, siamo oggi come risvegliati dal nostro tempo del sogno e ci ritroviamo inspiegabilmente con i piedi per terra.
Costretti a eseguire gli stessi ordini del resto del Paese, uniti per la prima volta grazie alla disgrazia, abbiamo abbandonato il nostro quotidiano fatto di piaceri, di cibi lussuriosi, di passeggiate in giardini dal gusto esotico. Abbiamo svestito i panni di semidei, di cui abbiamo amato vestirci in questi secoli, per diventare persone comuni quasi mortali, perché se da un lato il siciliano ha un legame forte con la morte è anche vero che si crede immortale consapevole di essere nato nella terra votata al Dio Apollo.
Allora questo virus è caduto sulle nostre vite come un fulmine lanciato direttamente da Zeus per scompigliare le carte sul nostro tavolo, siamo adesso spettatori delle nostre stesse esistenze, e viviamo un dramma collettivo, chiusi in noi stessi, nelle nostre solitudini, incapaci di abbracciare anche i nostri cari e inconsapevoli di quando torneremo a farlo.
Del resto la domanda che ci chiediamo tutti non è tanto quando torneremo alla normalità, ma se mai ci torneremo e a che condizioni. Quando potremo ricominciare a frequentare luoghi affollati senza il terrore del contagio? Quando potremo abbracciarci con naturalezza?
Improvvisamente la paura ha pervaso il nostro quotidiano e con essa la solitudine, due stati d’animo con cui stiamo imparando a convivere insieme all’ignoto.
E queste isole diventano ogni giorno più impenetrabili, più ci allontaniamo da ciò che eravamo più sprofondiamo in noi stessi, nei silenzi, nello stare giorni senza vedere qualcuno, attaccati più che mai ai nostri telefonini, unico cordone ombelicale col resto del mondo.
Forse siamo ancora all’inizio della tempesta, o forse tutto si calmerà tra poche settimane, di certo noi tutti ne usciremo cambiati e con noi sarà cambiata anche la società. La speranza che portiamo tutti in cuore è che sia l’occasione per una rinascita prima di tutto morale poi del nostro modello occidentale, perché anche se sappiamo che il virus nasce per caso, abbiamo capito che la sua forza propulsiva è stata dovuta proprio al mondo che abbiamo creato, un luogo veloce, iperconnesso, sovraffollato, ma incapace di tutelare i suoi abitanti.
Se perderemo anche questa occasione avremo vanificato il sacrificio di migliaia di persone, e tutto il dolore che in questi giorni stiamo provando, sarà stato inutile.

Foto: Nicolas Raymond

sabato 28 marzo 2020

Il Covid-19 ci ha resi liberi

Premesso che questa è una riflessione personale e che ognuno sta vivendo la quarantena secondo la propria condizione e ogni paragone è inutile, pensavo comunque che questa condizione è forse una delle cose più interessanti che ci sta capitando negli ultimi tempi.
Certamente assistiamo a una tragedia, qualcosa che era meglio non accadesse, una pandemia che sta stravolgendo le nostre vite e a cui in molti non sono in grado di far fronte, ma ormai siamo qui, e dobbiamo adattarci e prendere il meglio da ciò che viene.

Nel mio piccolo mi sono già abituato a questo nuovo stato di cose, e credetemi, non mi capitava da tempo di vivere un momento così sereno, soprattutto privo di ansia.
Viviamo l’azzeramento di ogni cosa, di ogni impegno, di ogni rapporto sociale, via le scadenze, i voli da perdere in orario, i tram da inseguire, le corse per non arrivare tardi a lavoro.
La nostra vita ormai è un continuo stato d’ansia, di telefoni che squillano, di messaggi nelle chat, di mail a cui rispondere, di serate a cui andare e di eventi su Facebook a cui sei invitato. Ma tutto questo è solo un modo per tenerti inutilmente impegnato, è un grande sovraccarico di attività che dovrebbero semplificarti la vita ma che invece sono diventate un enorme peso sulla nostra testa.
Siamo diventati schiavi di quelle comodità che dovevano aiutarci a vivere meglio, e invece sono invasive è hanno reso la nostra vita una scadenza continua.
Sovraccarico, la voglia di fare tutto ci porta a una frenesia costante, ad essere incapaci di goderci l’attimo, il presente, l’adesso. Ormai negli ultimi anni anche programmare una vacanza era un una fonte di stress, perché comunque era impossibile staccare veramente dal mondo esterno che pretende che tu sia connesso e sempre disponibile.

Ora invece, il crollo dell’occidente, è uno dei regali più grandi che avremmo potuto ricevere.
Tutto è fermo, le mail hanno smesso di arrivare, così come gli inviti ad ogni tipo di serata che si preannunciava migliore di quelle precedenti, cancellati i viaggi che avevo già programmato, ogni cosa ha finalmente perso di importanza, o meglio, ogni cosa ha acquistato la dovuta importanza.
Ed ora eccomi qui, in una dimensione nuova, mai accaduta prima, siamo in un tempo senza tempo, dove ogni giorno è uguale a se stesso e per questo ci da la possibilità di non correre ma di dedicarci a noi stessi. 
La società ci vuole impegnati, non liberi, costretti a un giogo perenne a inseguire modelli irraggiungibili che ci fanno sentire solo più insoddisfatti.
Qualche giorno fa un mio amico dalla Sicilia mi ha scritto chiedendomi se secondo me queste restrizioni non sono un serio attacco alla nostra libertà. Lì per lì ho risposto che al momento la priorità è salvare vite umane e far fronte a questa emergenza, ma adesso gli risponderei che non siamo stati mai così liberi in vita nostra.
Certo, non abbiamo la libertà di movimento, ma abbiamo finalmente libertà mentale, una libertà mai avuta prima e che spaventa i Governi perché ciò che il sistema vuole è tenerci sedati e impegnati in cose fondamentalmente inutili. Oggi abbiamo perso tutto quello che credevamo fondamentale fino a un mese fa, eppure siamo ancora vivi e vegeti, e per di più siamo liberi dal giogo della società, non abbiamo più nulla che ci lega a inutili algoritmi che per restare in vita avevano bisogno dei nostri click e delle nostre carte di credito.
Il sistema crolla, l’economia crolla, ma l’uomo, se vuole, resta in piedi. Smettiamola di sbatterci la testa per la sopravvivenza del capitalismo, un sistema che di fatto non mette al centro l’uomo ma il profitto, questa potrebbe essere una grande occasione di rinascita morale, ma dobbiamo essere noi a volerlo.

Chi oggi scalcia perché vuole che tutto torni come prima non ha capito che siamo già su un razzo lanciato nello spazio, e che nulla tornerà uguale a un mese fa. Possiamo adattarci ed evolverci o auto distruggerci, la scelta è nostra.
Ma adesso quello che mi preme è godermi questo stato di grazia, il mio lavoro continua come prima, forse anche più di prima vista la delicata situazione politica che stiamo attraversando, ma tolte le inutili sovrastrutture resta l’essenziale, le cose da fare, e  aver ridotto ogni cosa ai minimi termini ci da l’opportunità di riscoprire noi stessi e di ampliare  il nostro sapere in tutti i modi possibili.
Se riusciremo a rendere utili questi giorni e ad arricchire la nostra anima allora questo sacrificio non sarà stato vano, altrimenti possiamo continuare ad attendere il ritorno di un passato ormai perso e vivere con ansia l’arrivo di un futuro incerto.
Ma nella nostra condizione attuale, quello che ci viene richiesto è solo di stare a casa, e di questa lunga attesa sto prendendo il meglio, prendo il tempo per me, per riposare, per crescere, e per trovare la forza per ricominciare quando ci sarà chiesto di andare a ricostruire il mondo che fuori ci aspetta.

martedì 17 maggio 2016

Mafia, Antimafia, e la grande delusione.

Inutile dire che la vicenda di Pino Maniaci ha lasciato tutti i siciliani onesti con un gran senso di smarrimento, come è anche vero che i siciliani disonesti avranno brindato sulla sua testa.
Difficile dare un giudizio dopo il video diffuso ieri da quasi tutti i giornali nazionali e locali, perché che ci piaccia o no, quelle parole sono state dette, e sentirle è stata una coltellata al cuore di chi, per anni, ha visto in lui uno dei pochi paladini su cui contare nella lunga ed eterna lotta alla mafia e, mi spiace dirlo, all’antimafia.
Oggi siamo tutti qui a prendere le distanze da Maniaci, siamo così bravi a crearci degli eroi, come altrettanto bravi siamo a maledirli, di certo, continuiamo a delegare ogni cosa, anche le battaglie contro la mafia, perché, come già scrissi gli italiani sono affetti dalla “Sindrome del Messia“, ovvero l’arte di non prendersi le proprie responsabilità e mandare avanti gli altri a combattere per i nostri diritti.
Una cosa però è giusta dirla, nonostante quello che è successo nelle ultime ore, le lotte di Maniaci contro la Mafia erano vere, e le sue inchieste sono state le uniche degne di nota in un panorama giornalistico spesso piatto e servile, gli scandali e gli scoop che hanno portato ad arresti eccellenti e alla disgregazione di associazioni a delinquere, erano reali, e di questo dobbiamo dargliene atto.
Come è anche vero che il video che lo incastra, è di certo una “vendetta” consumata fredda, perché questo linciaggio mediatico è stato riservato a lui e non ai tanti politici intercettati che spesso Pino ha aiutato ad arrestare.
Lo stesso Ingroia si complimenta ironicamente con chi ha impacchettato questo video, fatto di frasi decontestualizzate e montato ad arte, che per quello che appare, è un’accusa pesante e da cui è difficile difendersi.
Probabilmente Maniaci si è calato troppo nei panni del giustiziere solitario, spavaldo anche troppo, forte delle sue battaglie che gli hanno dato carta bianca nei confronti dei cattivi che stava combattendo, passando da eroe a carnefice, e sconfinando più volte nell’illegalità.
La verità, in questa vicenda, è ancora lontana, e purtroppo il contesto non va a favore del giornalista antimafia, ma ricordiamoci anche che adesso la mafia preferisce il fango alle pallottole, e che quindi il modo migliore per eliminare un personaggio scomodo è screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica.
Più che i video, lasciamo parlare la magistratura, solo allora sarà fatta chiarezza su questa tristissima vicenda, e solo allora sapremo se avremo un pezzo di merda in più, o un eroe in meno.

mercoledì 30 marzo 2016

Caltanissetta, le marce funebri, e il concetto di tempo per i siciliani

Le marce funebri mi mettono sempre allegria, non ci posso far nulla.
L’abbuffata del suono degli ottoni a cui è sottoposto un Siciliano durante la Settimana Santa, è ciò che inserisce un nuovo tassello a quello strano legame fra vivi e morti che abbiamo noi isolani.
Da sempre, fin da piccolo, per me banda musicale significava inevitabilmente marce funebri. Ancora oggi, se sento una banda suonare un altro genere musicale, come un marcia allegra, la cosa finisce per incuriosire le mie orecchie.
Ricordo che la prima ed unica volta che vidi una banda di Caltanissetta suonare un pezzo ritmato fu proprio un Giovedì Santo di tanti anni fa, prima che iniziassero ad accompagnare uno dei gruppi sacri che avrebbero sfilato per tutta la notte per il centro storico della città.
Saranno state le quattro del pomeriggio, e per riscaldare gli ottoni, decisero di lanciarsi in un pezzo swing, la cosa ai miei occhi appariva un po’ profana, ma anche piena di fascino perché vedevo per la prima volta che un’altra musica era possibile.
Avevo lo stesso animo di quel ragazzino cosciente di compiere qualcosa di sbagliato ma stupito dal gusto che ne derivava.
In Sicilia, dove molte cose vanno avanti seguendo una traccia già segnata, anche l’utilizzo delle bande sembrava a senso unico: feste sacre in tonalità minore!
Per la prima volta vedevo un uso diverso di una banda musicale. Per altri e di sicuro per i non isolani, la marcia funebre con la sua impetuosità non era di certo l’utilizzo più usuale, eppure per noi era ed è la norma. La bellezza di quei suoni che stordiscono, la solennità del passo cadenzato di chi partecipa alla processione. Ogni cosa in Sicilia che è legata ad una festa di paese, è spesso collegata al mistero della morte. Per quanto assurdo possa sembrare, i giorni più felici della nostra infanzia, hanno come cornice processioni, marce funebri e morti.
Durante i riti della Settimana Santa, sin da piccoli, siamo abituati a vedere corpi flagellati, crocifissioni, piaghe e sangue, visi contorti e straziati dal dolore. Eppure, nulla di questo spaventa i bambini, ogni cosa è vista attraverso la lente della festa, e così anno dopo anno, si collegano i momenti felici al mistero che lega l’uomo a ciò che lo attende.
Non credo esista Siciliano che non pensi costantemente alla morte, o se questo può sembrare esagerato, possiamo dire che nel Siciliano il concetto di morte è comunque presente.
Se infatti qualcuno dovesse chiedere un’informazione certa ad esempio su un appuntamento, orario o programma, un Siciliano risponderà che: “di certo non c’è nulla, tranne la morte.”
Di sequenza vi dirà sempre che la scelta migliore verrà fatta al momento opportuno, il vecchio e classico “cumu veni si cunta”.
Per molti quest’ultima frase è la condanna del nostro popolo, ovvero la mancanza di progettare o di voler pianificare qualcosa a lunga o breve scadenza.
Un fatalismo arabo, che lascia tutto nelle mani del caso o di Dio.
Non c’è Siciliano, almeno nell’entroterra, che non vivi questa realtà. Ogni cosa verrà vista e decisa al momento opportuno, quando se ne presenterà l’occasione, il resto sembra non avere importanza quindi non ha tempo.
Tempo qui inteso come realtà, come spazio. In Sicilia il tempo si annulla, si restringe o dilata a suo piacimento. Siamo un popolo non adatto ad agire a breve scadenza, spesso un appuntamento od un impegno viene rimandato il più possibile, senza mai stabilire una data, e difficilmente una cosa verrà fatta dall’oggi al domani.

Sembra che per ogni cosa ci sia tempo, e del resto, in un’isola dove le giornate appaiono tutte uguali, un giorno vale l’altro.

mercoledì 24 febbraio 2016

Entropia

Su quello che mi aspetta dopo la morte non ho dubbi: sono ateo.
Un giorno si spegnerà la luce, e poi solo buio, no paradisi, no reincarnazioni, nulla, il vuoto più assoluto, la fine di questa lunga illusione, il crollo delle certezze su cui si fondano tutte le società del pianeta.
Avendo stabilito questo, cioè il fatto di essere ateo, quello che più mi preme conoscere, quindi, non è tanto il dopo, ovvero se la mia anima andrà o no in qualche luogo ultraterreno, ma il prima; e qui per “prima” non intendo un tempo recente, ma la “notte dei tempi”, quel lontano prima dove tutto fu creato, quello che oggi la scienza ha definito big bang.

Se infatti i credenti danno per assodato che Dio sia sempre esistito, e che egli abbia creato l’universo con il conseguente paradiso ed inferno, gli atei, al contrario, spesso non si pongono domande sul dopo, ma amano perdersi nel prima, questo perché, non accettano l’esistenza di un Dio, ma la regola che ogni cosa deve pur avere un’origine.
L’argomento è un semplice gioco al ritroso, un riavvolgimento dei fatti, la storia del mondo da adesso al principio. Tutti i fili sparsi in questi miliardi di anni vengono raggomitolati fino a riottenere il grande fuso, la massa primordiale da cui tutto è nato.
Il pensiero di questo ammasso mi sconforta ed angoscia, parliamo di un qualcosa di  inimmaginabile, che conteneva tutto quello che di li a poco avrebbe dato vita a ciò che noi oggi chiamiamo universo, materia che una volta combinatasi ha generato galassie, nebulose, stelle e pianeti, e con gli astri le varie forme di vita che adesso li popolano. Chimica, mescolanze di elementi, nati però da una sola grande massa, che reagendo in modo diverso, formano il molteplice ed il meraviglioso.
La cosa ancora più incredibile è che questo massiccio conteneva anche il vuoto, perché se nulla prima esisteva, non poteva nemmeno esserci quello che noi oggi definiamo spazio. Non dobbiamo immaginare questo nucleo come una grande sfera galleggiante nel nulla: lo spazio, quindi il vuoto, esiste solo perché generato dall’espansione di questa energia. Il vuoto è dentro la massa non al di fuori.

Il concetto di spazio mi allarma ancora di più di quello della massa primordiale.
Approfondendo ancora l’argomento, viene quindi spontaneo chiedersi da dove questa energia abbia origine e chi l’abbia messa li, perché se le cose nascono, bisogna che da qualche parte pur provengano, del resto: nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
Ed il semplice fatto di non riuscire a spiegarmi cosa ci fosse prima del prima, mi lascia in uno stato di grande sconforto ed impotenza.
La stessa teoria del big bang, non spiega il come si sia formata questa massa, ma solo di come essa abbia iniziato ad espandersi.
Un altro fattore che mi da di che pensare è il senso di appartenenza, legato anche alla questione del tempo, o meglio della sua assenza.
Se quello che c’era qualche istante prima del big bang era solo energia, bisogna anche ipotizzare che tutti noi facessimo parte dello stesso impasto, i miei atomi erano mescolati a quelli che avrebbero formato pianeti distanti migliaia di anni luce; questo libro, la terra ed il sole, ed in quel tutto c’era ogni cosa che adesso esiste e ci circonda, perché nulla si crea, ma tutto si trasforma, l’intero creato era lì, in un tempo indefinito ed eterno, i pugnali che hanno ucciso Giulio Cesare, i chiodi che hanno crocifisso Gesù, le tre caravelle di Colombo, l’aereo che sganciò la prima bomba atomica su Hiroshima, la stessa esplosione di quella bomba era già li, bisognava solo farla uscire dalla massa.
Sono stato parte di queste cose, per il semplice fatto che nulla si crea ma tutto si trasforma.
Io ho ucciso Giulio Cesare e nemmeno me lo ricordo…

Trovare una spiegazione all’origine del big bang è adesso impossibile, ed è inutile pensarci perché la soluzione non riusciremmo nemmeno ad immaginarla.
Per questo motivo, a quelle domande alle quali non abbiamo una risposta, c’è Dio.
Ogni cosa, ogni quesito dal più semplice al più complesso, trovava una sua spiegazione nella presenza di una divinità onnipotente.
Anche sulla sua origine c’è poco da sindacare, Dio c’è sempre stato, punto. Ed è di certo inutile mettersi a competere con l’onnipotente, la sua presenza basta a spiegare ogni cosa.
Ma col passare del tempo, la scienza ha trovato molte delle risposte alle domande che da sempre ci eravamo posti, e secolo dopo secolo, Dio ha visto diminuire il suo potere sui diritti d’autore dell’universo e sulle leggi che lo regolano.
Solo per la creazione restano ancora dei dubbi, gli stessi credenti affermano infatti che il ruolo dell’onnipotente sia stato solo quello di far partire ogni cosa, impostando già le leggi universali, e da lì il resto è venuto da se. In pratica, qualcuno lo chiama Dio, altri big bang.
Ma per un ateo questa opzione non esiste, un ateo esclude Dio, e con esso ogni luce che spera e fa sperare.

Dunque il Creatore non c’entra, ma non sappiamo nemmeno di chi sia la colpa, eppure siamo qui, anche se questo sembra assurdo.
Tutto esiste sotto forma di illusione, come in quelle teorie o credenze appartenenti all’Induismo, che vogliono che noi si sia solo un sogno, il sogno di una divinità addormentata.
Questo è ancora più assurdo della teoria di un essere supremo creatore di ogni cosa, perché anche in questo caso dovremmo mettere in gioco una divinità, divinità che un ateo non può accettare, figuriamoci se poi dobbiamo credere al fatto di essere solo il suo sogno.
Eppure lo stato onirico è proprio la lente attraverso la quale io vedo la realtà, nulla ha valore, nulla è reale, ogni cosa perde di significato, dai semplici gesti quotidiani alle guerre che hanno sconvolto la nostra storia. I giorni sono attesa di un qualcosa che sappiamo non verrà mai, e le nostre azioni hanno il sapore vacuo dell’inutile, eppure qualcosa in questo enorme sogno dobbiamo pur farla, perché siamo in ballo, e bisogna ballare.

Tornando al big bang, come ho già detto, questa teoria non spiega il come tutto abbia avuto origine, ma solo come si sia espanso, l’espansione della massa è avvenuta attraverso l’entropia, l’entropia va a braccetto col secondo principio della termodinamica ed è una misura del disordine.
Per farla breve, l’universo si espande, in maniera disordinata, questa espansione segue un ordine caotico, un caos che dona movimento e vita alle cose.
Ancora oggi, a distanza di miliardi di anni, l’entropia regola ogni cosa, e credo che l’essere umano, in quanto soggetto come tutti alle influenze esterne, ne sia affetto. La nostra storia dimostra il bisogno innato di muoverci ed espanderci, prima via terra, poi per mare ed adesso nello spazio.
Lo strano desiderio dell’uomo di fuggire dalla sua dimora ha tempi remoti, legati alla nostra stessa natura di nomadi. Sembra quasi non ci sia una spiegazione logica per investire enormi somme di denaro nella ricerca spaziale, eppure questo viene fatto, e lanciare un uomo oltre la nostra atmosfera, a bordo di una rudimentale navicella, sembra essere una delle poche cose che ancora ci fa sentire grandi, utili o vivi.

Se colonizzeremo mai un altro pianeta proprio non lo so, ma di certo il destino dell’uomo, come un novello Ulisse, sarà quello di navigare per l’universo in cerca di una nuova Itaca, ed è di questa entropia ed irrequietezza che ancor oggi noi uomini ci nutriamo.

mercoledì 2 dicembre 2015

Il presepe ostaggio della vostra ignoranza

Mi complimento con gli italiani per la nuova polemica sul presepe nelle scuole.

Mi stupisco sempre del fatto che mettiate tanta energia in battaglie inutili, mentre per altre più importanti avete le fette di pandoro sugli occhi.
La stessa energia che avete impiegato per difendere quattro statuine di terracotta dovreste metterla per pretendere che nelle scuole ci siano i riscaldamenti, tetti che non cadano sulla testa dei vostri figli, la carta igienica nei bagni, professori capaci e classi accoglienti.

Insomma, prima di pretendere il presepe a scuola, lottate per avere almeno una scuola.

Sarebbe bello un giorno vedervi combattere per il bene dell'uomo (e dei vostri figli) e non per guerre di religione.
Se farete questo, allora il vostro Dio sarà contento, perchè credetemi, se esiste un Essere Supremo, la sua intelligenza andrebbe oltre certi schemi mentali, e si rallegrerebbe nel vedervi lottare per il bene degli altri uomini e non per un presepe utilizzato solo per sfogare i vostri istinti razzisti, o per farne bandiera di civiltà e radici europee che nemmeno conoscete, perchè parlate di cultura solo quando si tocca crocefisso e presepe, mentre per il resto pare che non esista altro che rappresenti le radici Europee.

domenica 20 settembre 2015

L'arroganza che sfida la normalità.

Se non fosse una provocazione potrebbe anche essere una scena divertente, ma quello che oggi circola sui social network ha trasformato presto lo stupore in rabbia.

Sul litorale tra Giarre e Riposto, campeggia questo 6x3 che celebra il battesimo del piccolo Antonio Felice Rapisarda. Al di là del contesto della festa, definiti da molti, di cattivo gusto, quello che rappresenta uno smacco è la frase "Questa creatura meravigliosa è... cosa nostra!", un chiaro riferimento alla mafia, un pugno in faccia ad una Sicilia che ogni giorno lotta per la legalità e per vedere la sua immagine riabilitata.

Da una più approfondita indagine, viene fuori che il padre del bambino altri non è che Francesco Rapisarda (del resto è scritto sul cartellone) un ex sorvegliato speciale ritenuto vicino a diversi ambienti criminali, coinvolto in numerose indagini per spaccio di stupefacenti, rapina e un tentato omicidio, in pratica un padre modello.
Nella mente degli italiani sono ancora vive le tremende immagini dei funerali del boss dei Casamonica a Roma, la dimostrazione di come la malavita si imponga alla ribalta sotto gli occhi impotenti e forse conniventi di uno Stato assente ed impotente. Una capitale che ha ormai ceduto il controllo ad una mafia che dopo anni di favori e di scambio di voti è venuta a chiedere il conto al Campidoglio.

Siamo anche un paese dove i figli del boss dei Casamonica vengono invitati da Bruno Vespa in prima serata, come a dimostrare alle nuove generazioni che se sei un Mafioso diventi una star, un antieroe da imitare che finisce pure in televisione.
Ed è forse grazie a questa vicenda che oggi i Siciliani, aiutati dalla libertà dei social network, hanno deciso di alzare la testa e di dire "no" a quello che sta per accadere. Il tam tam è stato veloce, e la notizia è finita ben preso sui giornali, e la condanna è stata unanime.
Le uniche informazioni a nostra disposizione sono quelle contenute nel manifesto, ma un occhio attento non perde molto tempo a decodificare il linguaggio utilizzato nel cartellone. Abbiamo la fierezza del capo famiglia che mostra a tutti il suo erede, non preoccupandosi di mostrare sia il volto che il nome e cognome del figlio, abbiamo "artisti" esibiti con tanto di logo delle tv che li hanno ospitati, veri e propri trofei per mostrare la potenza di una famiglia che può permetterti tali ospiti al battesimo del figlio. C'è anche il logo di un'emittente radiofonica (che ha subito smentito la sua partecipazione) che doveva trasmettere in diretta l'evento. Infine troviamo l'offesa definitiva a tutti i Siciliani onesti, se infatti tutto il resto del 6x3 può essere definito come solo il frutto del cattivo gusto, non possiamo dire altrettanto per una frase che con un doppio senso ammicca direttamente a Cosa Nostra e alla mafia.
Un trionfo di arroganza, un manifesto che esula dal messaggio di auguri di due genitori affettuosi, ma è l'ostentazione del potere nei confronti di chi compone il mondo dal quale viene la famiglia Rapisarda, un modo per marcare il territorio attraverso un bambino innocente.

Per fortuna questa volta lo Stato non è rimasto a guardare, sembra infatti che le Forze dell'ordine si siano già messe in moto per capire se si tratterà di un nuovo caso Casamonica, tutto questo grazie anche alla sollecitazione dei cittadini e di alcuni Portavoce del Movimento 5 Stelle che hanno chiesto spiegazioni su quanto stava per accadere.

Forse, come ci auguriamo, si tratta solo del battesimo rovinato da una trovata di cattivo gusto, ma siamo in Sicilia, ed il solo dubbio ci deve imporre di fare luce su tutta la vicenda.

I cittadini oggi hanno un vantaggio, possiedono armi che nei decenni scorsi erano ancora da inventare, ovvero i social network, strumenti che se usati con intelligenza possono unire la società civile contro chi ha reso questa terra una vergogna, ma soprattutto abbiamo quella scia di eroi morti, cavalieri che combattevano in solitaria una guerra che era di tutti, ed oggi noi abbiamo la possibilità di diventare parte di questa battaglia, di essere la sottile linea che difende i principi di onestà, giustizia e bellezza, tre valori cancellati da chi per anni ha fatto della Sicilia il cortile dove coltivare i propri interessi.

Luciano Zaami

martedì 8 settembre 2015

Il paraculismo della Merkel

Una riflessione su quanto accaduto negli ultimi giorni. 


I media acclamano la Germania per aver dato ospitalità ai profughi siriani, scrivendo addirittura che finalmente l'Europa ha deciso di agire davanti a tutto questo orrore. 
Perdonatemi, ma se la Germania fa finalmente un gesto umanitario allora parla a nome dell'Europa? 
Se non sbaglio paesi come Italia, Spagna e Grecia danno accoglienza da almeno 10 anni (e pochi sono) a tutti i profughi che sbarcano sulle coste Europee, ma i nostri appelli di aiuto sono sempre stati ignorati e presi alla leggera. Adesso che i rifugiati cominciano ad entrare via terra e puntano dritti al cuore dell'Europa, il problema è diventato di tutti. 
Germania e Austria, da grandi paracule, vedendosi con le spalle al muro non hanno potuto fare altrimenti, un fiume di gente stava raggiungendo i loro confini, e l'unica cosa da fare era trasformare questa tragedia in una grande operazione mediatica. Alle stazioni abbiamo visto un tifo da olimpiadi, fiumi di gente a battere le mani ed accogliere i profughi con tanto di Inno alla gioia! 
Mi è sembrato un po' eccessivo e irrispettoso nei confronti di chi, come l'Italia, la Sicilia e Lampedusa, da anni affrontano questa emergenza in silenzio, salvando milioni di vite. 
Bravi i Tedeschi a girare la partita a loro favore, ma non si dica che l'Europa ha finalmente deciso di reagire.

In questa vicenda l'Ungheria ne esce con una immagine spezzata, i media europei non hanno perso l'occasione per attaccare Orbàn e il suo partito di destra, ma politicamente l'Ungheria ha fatto quanto dovuto, salvaguardando i confini europei e accogliendo i profughi, mediaticamente non sono stati astuti come i Tedeschi, e su molti aspetti logistici erano completamente (o volutamente) impreparati, ma avevano anche la stampa europea contro. La situazione di stallo che si è avuta alla stazione di Budapest dipendeva dal fatto che i profughi non volevano farsi registrare perché sapevano che secondo gli accordi di Dublino sarebbero dovuti rimanere in Ungheria, per questo si sono creati i disordini, loro volevano andare in Germania e per fare questo dovevano mantenere il loro status di clandestini e puntare a Berlino. Si è accusata l'Ungheria di aver chiuso le frontiere con l'Austria, ma non mi sembra di aver visto gli austriaci implorare che i Siriani arrivassero nel loro paese. Budapest stava semplicemente rispettando le regole, e si stava comportando come ogni paese di frontiera, registrando gli immigrati e portandoli in un centro di accoglienza, esattamente quello che succede in Italia da anni, immaginatevi cosa accadrebbe se da domani lasciassimo liberi gli immigrati di andare a piedi in Germania, staremmo rispettando la loro libertà o li staremmo mandando a morire in una lunga marcia estenuante, contravvenendo anche alle leggi europee?

È anche singolare che i profughi volessero arrivare proprio in Germania, se volevano sfuggire dalla guerra potevano chiedere asilo in qualsiasi paese europeo, invece hanno affrontato una marcia estenuante solo per raggiungere Berlino, ok, i Balcani non saranno uno spasso, ma se vuoi salvare la tua famiglia, cerchi di minimizzare i rischi accampandoti nel primo paese dove regna la pace. 
Infine è interessante il ruolo degli altri paesi Arabi, nessuno accoglie i profughi, nessuno attacca L'Isis o il Governo Siriano, nessuno si adopera per la pace in medioriente. 

Per il resto, in Europa non c'è un problema di immigrazione, ma di integrazione. O variamo un programma serio di accoglienza e integrazione o resteremo sempre a gestire un problema che non si può arrestare. I flussi migratori sono sempre esistiti e sono una ricchezza, basta imparare a gestirli e a non avere paura.

Luciano Zaami

lunedì 26 gennaio 2015

Gli Italiani, e la solita Sindrome del Messia

Ed ecco che ci risiamo, gli Italiani tornano spettatori e fan, si fanno ammaliare, si gettano fra le braccia di chiunque possa permettergli qualcosa, prendono posizione ancora prima di conoscere i fatti, in pratica l'antica e mai abbandonato Sindrome del Messia non ha mai lasciato questo popolo così superficiale.
Lo abbiamo già visto per la vicenda di Charlie Hebdo, prima eravamo tutti Charlie, poi qualcuno ha pensato di dare un'occhiata alle vignette ed allora tutti a scrivere che non siamo più Charlie, e che anzi, se la sono cercata.
Questa mattina, come era quindi prevedibile, gli Italiani hanno deciso di svegliarsi Greci e elettori di Tsipras, come se il voto fosse stato in Italia.
Leggendo i vari commenti si conferma il fatto che nessuno ha ben capito chi sia Tsipras, ma poco importa, ognuno riversa su questo risultato le proprie aspettative, sogni e speranze. Un po' come quelli che hanno votato il Movimento 5 Stelle senza aver mai letto il suo programma, e poi si dichiarano delusi perché siamo troppo di sinistra, troppo di destra, né di destra e né di sinistra, troppo morbidi, troppo aggressivi, troppo poco o troppo troppo. Sarebbe bastato abbandonare questo assurdo malcostume Italiano, che utilizza la delega a scatola chiusa, per risolvere i problemi creati infondo dallo stesso elettore.
E così oggi non importa quale sia il nostro credo politico, Tsipras, almeno per un giorno, finché qualcuno non si degnerà di leggere un giornale, sarà di sinistra, di destra, grillino, antieuropeista e renziano.
Ma mi domando, perchè riversate le vostre speranze su un partito politico greco? Voi che state esultando non siete gli stessi che hanno dato il 41% a Renzi il rottamatore?
Lo stesso Renzi che nel suo semestre europeo ha fatto solo gli interessi della Germania e  dei poteri forti?
Che forse il vostro salvatore non risulta essere all’altezza delle aspettative?
E non siete gli stessi che deridono il Movimento 5 Stelle per la sua raccolta firme per il referendum per uscire fuori dall’Euro, ma che oggi acclamano Syriza proprio per il suo euroscetticismo?
Capisco che il PD più che di sinistra è “sinistro”, ma affidarsi ad un partito greco per vedere realizzati i propri sogni traditi e delusi è davvero l’ultima spiaggia del vostro sogno comunista.
Fareste prima ad accettare il fatto che la sinistra, come voi la intendete, non esiste più, e che Renzi è solo l’utile idiota di Berlusconi.
Capisco anche che ormai, in questa epoca globale, c’è la gara a chi sia il primo a lanciare una notizia, esprimere la propria opinione, ergersi a tuttologo, ma questo non fa altro che rendervi incoerenti ed approssimativi.
Se c’è qualcosa che questa epoca ha veramente bisogno è di tempo! Siamo ormai bravissimi allo scatto iniziale, ma poi ci perdiamo durante la corsa!
E’ proprio di questi minuti la notizia che Tsipras farà un governo con l’estrema destra per garantire la stabilità, infrangendo già i vostri sogni di Staliniana memoria e smorzando i tanti cori “Bella Ciao” che avete tanto rispolverato in queste ore come se la vittoria fosse stata in Italia. Proprio che a noi ci piace saltare sul carro del vincitore, anche quando di fatto, non abbiamo nulla da guadagnarci.
Qualcuno ha accostato Tsipras a Renzi, giusto per farlo passare per cretino, e per dare al nostro pallonaro fiorentino una luce riflessa di sinistra, mentre di fatto continua ad agire indisturbato ed in barba ad ogni basilare regola democratica.
Il problema è che finchè non capirete di essere voi stessi il vero male dell’Italia, allora non riusciremo mai a risollevare le sorti di questo paese.
Ieri eravate Charlie, oggi Tsipras, domani, dopo l’ennesima delusione, sarete qualcun altro! Perché non provate, una volta per tutte, ad essere voi stessi? Assumendovene, nel bene e nel male, tutte le responsabilità?

O capite che il tempo della delega è finito, o continueremo sempre di più a scivolare verso l’oblio, mentre l’Europa e il mondo intero ridono di noi, e di questa classe politica di buffoni che vi siete dati.

Luciano Zaami