Questo post non nasce da
una mia idea, ma è stato un cittadino di Caltanissetta che mi ha
chiesto di parlarne, e la cosa non può farmi che piacere.
Mi chiedeva del perché
questa città non ha più il coraggio di indignarsi.
Ci si abitua a tutto,
anche all'orrore, all'indifferenza, a tutti quei comportamenti che
altrove farebbero gridare allo scandalo, e qui invece è la
normalità.
Viviamo nella nazione di
Pulcinella, dove tutti sanno chi sono i disonesti e dove sono seduti,
ma nessuno li va ad arrestare, e nessuno si indigna più di tanto.
Di certo è una tecnica
efficace, è quella della goccia.
Giorno dopo giorno,
aumenti la dose di immondizia che scarichi sulla società, fino al
momento in cui nessuno ci fa più caso, e diventa, ahimè, la
normalità.
Sappiamo bene che quel
politico è salito grazie a dei voti “dubbi”, sappiamo che certe
attività commerciali aprono per riciclare denaro sporco, sappiamo
tutto di tutti, eppure restiamo nell'indifferenza, e spesso anche
nella paura di ritrovarci soli a lottare contro i giganti.
Possibile che questa
città non abbia più voglia di indignarsi e partecipare?
Gaber diceva che:
“Libertà è Partecipazione”, e mai frase fu più vera. Eppure
basta vedere le associazioni di volontariato che arrancano a causa
della scarsità dei sostenitori, basta vedere la risposta negativa
che la città da a diverse iniziative a sfondo sociale.
Ogni tanto assistiamo a
piccole scintille di orgoglio ma che mai si concretizzano nel fuoco
del cambiamento.
Ma la paura a ribellarsi
e il non indignarsi, genera un'altra cosa spaventosa:
l'individualismo.
Infatti, mentre un male
comune dovrebbe unire il popolo a scendere in piazza, si preferisce
risolvere il problema a proprie spese, senza partecipare al processo
di appartenenza alla comunità.
Un esempio per tutti? La
perenne crisi idrica. In tanti anni non ho mai visto la gente
ribellarsi ai turni per l'acqua, turni che in certi periodi sono
arrivati pure ad offendere la dignità di noi cittadini; avere
l'acqua una volta a settimana è da terzo mondo, ed il nostro
silenzio lo è ancor di più.
Eppure, invece di vedere
la gente scendere per le strade, si assiste all'effetto contrario,
ognuno si fa il suo bel recipiente e se lo mette sopra il tetto.
Morale della favola? “Io sto bene, che mi frega se i miei vicini
soffrono la sete?”
Manca completamente
l'idea di cosa pubblica e bene comune, manca quella “partecipazione”
di cui parlava Gaber.
Eppure gli Italiani sanno
che il loro modo di fare è sbagliato, non a caso guardiamo ai
francesi con invidia, dicendo sempre che loro, per molto meno,
scendono in piazza e sono tutti compatti.
Allora perché non lo
facciamo qui? Che cos'è che ci ha reso così indifferenti difronte
ai nostri stessi diritti?
Possibile che siamo
disposti a subire ogni genere di ingiustizia pur di difendere quei
pochi privilegi acquisiti? Quelle briciole che altrove farebbero
sembrare la vita una vergogna e qui invece diventano un vanto?
Qualcuno si è mai
chiesto quanto vale la propria vita?

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