venerdì 10 agosto 2012

Distruggete il Gattopardo!


Ultimante sto attraversando la mia fase “assolutista”, credo infatti che in certi periodi storici, visto che il popolo non è in grado cambiare il proprio destino, ci sia bisogno di un’imposizione che venga dall’alto, qualcosa di bruto ma necessario.
Prendiamo la storia ad esempio, tutti i più grandi tiranni sono anche coloro che hanno avviato dei periodi di cambiamento, senza i quali la civiltà non si sarebbe evoluta. Il termine stesso di rivoluzione indica un cambiamento repentino a discapito di un processo naturale che sarebbe potuto durare anche secoli.
Mettendosi nei panni di alcuni recenti dittatori si possono anche giustificare certi atteggiamenti, prendiamo ad esempio Mao Tse Tung in Cina o Pol Pot in Cambogia, entrambi capirono che per cambiare veramente le cose si doveva cancellare tutto il retaggio del passato, quel passato che impediva col suo peso lo sviluppo ed il cambiamento. Un’azione folle, ma necessaria per chi voleva la sopravvivenza della propria nazione. Forse avrebbero evitato molte delle azioni che hanno compiuto, ma sapevano che erano necessarie, anche se il risultato non poteva essere certo.
Ed ultimamente, che ci crediate o no, nutro un sano odio verso il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, non per il libro in sé che è ovviamente uno dei più importanti testi del ‘900, ma per come sia entrato in maniera negativa nelle menti dei Siciliani privandoli di alcun senso civile e dando manforte alla loro apatia cronica. Come dire: “siamo fatti proprio così, e non ci possiamo fare nulla, lo dice pure il Gattopardo….”
Non c’è infatti discussione sui problemi della Sicilia e dei siciliani che non si concluda con l’intellettuale di turno che citi la solita frase del: “Tutto cambia affinché nulla cambi”.
Questa frase la ritengo pericolosissima, perché autorizza i siciliani a distaccarsi da ogni slancio politico e voglia di cambiamento, perché tanto ogni azione, in maniera preventiva, viene vista come il desiderio di mantenere lo status quo, o comunque come un inutile spreco di energie, facendo quindi il gioco di chi davvero vuole che nulla cambi.
Non c’è niente di meglio per chi detiene il potere che avere un popolo che preferisce sonnecchiare piuttosto che tentare di cambiare il proprio futuro. Ma soprattutto, non c’è niente di peggio che un cittadino che invece che partecipare, preferisca restare agli angoli citando il Gattopardo per poi poter dire: “te lo avevo detto io…”.
Ma come possiamo dare ad un testo un tale potere? Ovvero il potere di aver fatto credere ai siciliani (notoriamente non inclini a mettersi qualcosa in testa) che è inutile che partecipino al cambiamento della loro vita perché tanto mai nulla cambierà?
Nessuno ha pensato che Tomasi di Lampedusa, per quanto autore brillante, era pur sempre un uomo? Un signore con una visione ampia della vita, ma che comunque rispecchiava un'epoca, un periodo storico, e soprattutto una vicenda personale che non può essere applicata ad un intero popolo? E forse non era nemmeno suo intento diventare il più citato dai lagnusi e dai codardi.
Ed è per questi motivi che ultimante penso che per estirpare questo malcostume dalla mente dei siciliani sia forse necessario far sparire questo libro, in modo che non possa più essere distorto ad uso e consumo di chi vuole che davvero nulla cambi.
Forse sono troppo radicale? Si! Ma ultimante sto davvero meditando alcune azioni che per qualcuno possono essere definite “estreme”, ma che io reputo necessarie per ottenere il cambiamento. Non dobbiamo dimenticare che viviamo in un periodo storico delicato, il sistema capitalista è fallito, ma soprattutto l’Italia è ormai alla deriva, vittima di oltre 60’anni di Repubblica che hanno distrutto la società ed il patrimonio. Ed oggi il potere è in mano ad una classe dirigente di over 60 che non vogliono mollare l’osso e pretendono di progettare il mio futuro; tutto questo non può essere accettato ancora a lungo, e se vogliamo che le cose cambino dobbiamo cambiare le cose.
Non vi preoccupate, non medito alcuna bomba o sparatoria, questo lo lascio fare ai servizi segreti italiani, ciò che voglio è che i cittadini capiscano che il cambiamento passa attraverso le loro azioni, ma soprattutto attraverso il loro voto, che dovrebbe essere libero da clientelismi ed intrecci politici.
Quindi alla frase del Gattopardo: “Tutto cambia affinché nulla cambi”, voglio contrapporne una del Giudice Borsellino, un esempio di sicuro più attuale e sano che tutti dovrebbero seguire, ma si sa, fare la cosa giusta ha un suo peso ed in certi casi anche una sua controindicazione: ‎"Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare"

venerdì 3 agosto 2012

La ricerca di un Modello Siciliano


Di quale male soffre allora la Sicilia? Possono i mille problemi che ci affliggono derivare da una sola causa? Può la mancanza di identità rendere un popolo debole e quindi più soggetto ad ogni genere di sopruso, anche quello che subiamo da parte dei nostri stessi coisolani? (vedi politici corrotti, mafiosi e, ovviamente, i politici mafiosi).

Come già ho scritto, i Siciliani, come tutte le genti del Sud Italia, soffrono del male della “perdita dell’identità”, la nostra storia è stata nascosta ed in alcuni casi addirittura cancellata, questo ha portato ad avere un popolo che vive in una terra senza passato; un luogo fatto di un presente senza valore ed in un futuro incerto.
Al nostro retaggio è stato sostituito un nuovo modello, quello settentrionale. Modello sognato, di benessere e felicità che si realizza solo emigrando.
In Sicilia sappiamo bene che arrivati ad una certa età si deve andar via, perché qui non c’è nulla.
Al Nord si sta meglio, si vive meglio e tutto è più bello, o forse questo è solo quello che per anni abbiamo creduto?
Ma dov’è che abbiamo sbagliato?
Sappiamo che in passato si è provato ad applicare al Sud un modello che non ci appartiene, quello industriale che è fallito per motivi storici, ma anche geografici.
Come possiamo applicare una modello ad un sistema che per sua natura non potrà mai farlo suo? Semplicemente non possiamo.

Finché guarderemo al Nord come un esempio, ne verremo attratti e non riusciremo mai a fermare il flusso migratorio che da sempre flagella il Sud.

A cosa dobbiamo quindi puntare?
Credo che sia giunto il tempo di cercare una terza via, un “Modello Siciliano” che possa diventare il nostro vero motore per lo sviluppo.
Quello che per altri è lentezza è pigrizia, non è altro che il nostro modo d’essere e di vivere, quello del Meridione è un sistema che si è evoluto in secoli di storia e che adesso viene dipinto come negativo.
Ciò che si deve fare è analizzare i nostri punti di forza, e costruire su quelle basi. Sfruttare al massimo le nostre risorse che sono quelle del turismo, della cultura e del mangiar sano. Fare in modo che la Sicilia diventi il centro del Mediterraneo ed una porta politico-culturale sul Nord Africa.
Facciamo in modo che il nostro Essere Siciliani, sia una caratteristica unica e positiva, un pregio e non una sventura.
Far capire ai giovani che “quello che siamo” non è un fattore di cui vergognarsi, e che l’unico modo per evitare che le generazioni future lascino la Sicilia è quello di non abbandonarla adesso, di rimboccarsi le maniche e di creare sviluppo ora.
Questa crisi economica dovrebbe essere l'occasione per far capire a tutti che ormai il posto fisso è una chimera, e che quindi è giunto il tempo di rischiare e di aprire quelle attività commerciali che per paura o pregiudizi non abbiamo mai voluto prendere in considerazione.
Per la prima volta possiamo fare economia reale, creare sviluppo ed opportunità mettendoci in gioco, senza cullarci dietro la comoda sicurezza dell'impiego statale. Possiamo realizzare i nostri sogni nel cassetto, quei sogni che abbiamo ucciso perché eravamo troppo impegnati a "cercare un lavoro".
Ma tutto questo va fatto senza più guardare al Nord, perché per anni la politica è stata quella di renderci poveri per favorire la fuga dalle nostre terre, e mantenerci dipendenti dal settentrione.
Dobbiamo essere noi Siciliani a rialzarci e metterci al lavoro, senza attendere leggi giuste che mai verranno, e senza chiedere aiuto al politico di turno.
Abbiamo perso la voglia di lottare e di amarci, attendiamo che qualcosa accada, e non abbiamo capito che tutto dipende da noi, che il nostro futuro e la nostra felicità esisteranno solo se noi lo vorremo.
Rialziamoci dunque, e mettiamoci a lavoro!

martedì 24 luglio 2012

Lettera di un ragazzo Nord Africano


Piacere, sono un immigrato nord africano, vivo nel centro storico di una città siciliana chiamata Caltanissetta.
Mi trovo bene, anche se devo ammettere che non è facile vivere qui, soprattutto perché i Nisseni (così si chiamano gli abitanti) hanno molti pregiudizi nei nostri confronti e ci accusano di aver occupato il centro storico rendendolo invivibile. Forse è un po’ vero, anche se non so com'era Caltanissetta prima del nostro arrivo, ma se loro dicono questo allora sono certo che fosse una città stupenda, ricca, pulita e con un centro storico fiorente.
Le mie giornate sono comunque serene, ho aperto una piccola attività commerciale, vendiamo diversi prodotti che possono essere comprati sia dai nord africani che dai siciliani, del resto molti aspetti della nostra cultura si assomigliano. Però i negozi accanto al mio stanno chiudendo, i padroni dicono che i Nisseni preferiscono andare a comprare nei centri commerciali, per fortuna gli immigrati vivono e acquistano qui in zona, e non abbiamo questo problema.
Ho trovato una casa non molto lontano da qui, divido una camera con altri tre amici e paghiamo 500€ l’affitto, la stanza e fredda e mal ridotta, io credo che questi soldi siano troppi, ma il padrone dice che di meglio non si trova, e per venirci incontro non ci ha fatto neanche il contratto perché dice che altrimenti avremmo dovuto pagare molte tasse. Siamo stati davvero fortunati, il padrone ci ha dato una mano.
La sera non riesco a dormire, perché i Nisseni amano incendiare le auto nel centro, non so perché, forse è un’antica usanza, spero però che non incendino la mia perché mi serve per andare a lavoro.
A proposito di auto, qui le strade sono molto antiche e piene di buche, alcune anche molto profonde, proprio l’altro giorno un mio amico ci è finito sopra ed ha rotto un pezzo della sua macchina, io credo che dovrebbe farsi dare i soldi dal Comune, perché è colpa sua se ci sono i buchi, ma poi il mio amico mi ha fatto notare che forse a loro piacciono le strade così, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che le tengano tutte rotte.
Come dicevo, la sera non riesco a dormire perché bruciano le macchine, allora con i miei amici decidiamo di andare in Piazza Garibaldi a giocare a calcio, ma questo non è sempre possibile, perché i Nisseni parcheggiano le auto attorno alla fontana in centro e noi non possiamo fare nulla.
Spesso allora finiamo per bere qualcosa e vorremmo buttare le bottiglie nei cestini, ma in città ce ne sono pochi, ma soprattutto ai Nisseni piace collezionare l’immondizia, l’accumulano per le strade e la tengono lì anche per settimane. Ho sentito dire che il signore che gestiva questo servizio ha usato la carta di credito per effettuare delle spese personali, ma nessun cittadino è sceso in piazza a protestare, allora credo che anche questo sia un loro modo di vivere e che preferiscono così.
Purtroppo ci sono anche molti miei amici che si comportano male, questo è vero, alcuni litigano fra di loro, o chiedono soldi, e forse quando i Nisseni dicono che adesso la città è diventata invivibile credo che si riferiscano a loro. Io chiedo scusa, ma so anche che ci sono tanti immigrati che si comportano bene, lavorano e pagano le tasse, altrimenti se fossimo tutti cattivi la città sarebbe davvero invivibile, ora non voglio dire che la colpa non è nostra, del resto, se i Nisseni dicono che prima di noi la città era ricca, bella e pulita, forse, hanno davvero ragione.
Sono certo che i ragazzi siciliani emigrano per colpa nostra, e se non c'è lavoro è perché noi lo rubiamo a loro... forse è meglio se faccio le valige e torno in Nord Africa, almeno lì, quando qualcosa va male, facciamo la rivoluzione o comunque non diamo la colpa a chi sta peggio di noi.

sabato 30 giugno 2012

W la Mamma!


Chi mi conosce sa bene cosa penso del calcio e soprattutto di chi lo segue eleggendolo a unico argomento delle sue giornate e a unico interesse che riempie circa la totalità delle sue giornate e della sua vita sociale e privata.
Eppure non posso non nascondervi l’emozione che ho provato nel seguire le ultime due partite. Principalmente perché finalmente, dopo tanti anni di successi dettati più da un proverbiale culo che da una vera e propria prova di stile, l’Italia ha messo in campo una squadra capace di stupire e di divertire, un team quasi perfetto che tiene la palla in campo con freddezza ma anche estro. Ovviamente quest’osservazione è di puro stile tecnico, resta intatto il mio disprezzo per tutto ciò che gira attorno ad un semplice sport che dovrebbe esaurire la sua performance in 90 minuti e non altro.
Ma più di ogni altra vittoria quello che mi ha colpito, e che adesso ipocritamente colpisce tutti, è la storia del buon Balotelli, talento a cui vengono perdonati tutti i peccati e i difetti se riesce a portare una squadra in finale a suon di gol. Un giovane impetuoso il cui atteggiamento arrogante diventa pure simpatico e giustificato dopo che la palla si è fermata fra le maglie della rete.
Ovviamente, inutile dire che se non fosse diventato la nuova icona del calcio italiano, adesso sarebbe attaccato da tutti per la sua arroganza e tutto quello che già sappiamo di Balotelli.
Premettendo che non ho mai avuto simpatie o antipatie per il Sig. Mario, essendo io disinteressato al calcio, ma da due giorni sto dando un valore simbolico fortissimo a questo ragazzo, con la speranza che lui stesso si renda conto che da prodigio testone dal passato difficile è diventato improvvisamente un’icona per uno dei temi che più fa vergognare questo “Bel Paese” che di bello ha ormai ben poco, parlo del tema dell’integrazione e del razzismo che in vent’anni è montato in Italia grazie a Berlusconi, alla Lega, e ad una legge ignobile chiamata Bossi-Fini.
Alla fine di Italia-Germania, il centro storico di Caltanissetta, prima che dagli Italiani, è stato invaso da centinaia di immigrati Africani che festosi giravano per le strade gridando il nome di Balotelli. Lì ho capito che qualcosa stava accadendo, che questo ragazzo è diventato il collegamento fra due mondi che non riescono ancora a parlarsi e che forse possono trovare un linguaggio comune nel calcio.
Non gridavano altro nome, solo Balotelli, questa era la loro vittoria e la loro rivalsa, come in passato gli Italo-Americani si facevano forti di tutti quei nuovi eroi figli di immigrati che col loro successo ridavano dignità ad un intero popolo.
Adesso Balotelli è l’icona di quelli immigrati che per colpa dell’ignoranza e della paura degli Italiani, non riescono ancora a farsi accettare nel paese dove nascono, studiano, lavorano e pagano le tasse. Una legge assurda che fa si che pur nascendo in Italia non sei riconosciuto come cittadino perché i tuoi genitori non sono Italiani. Una legge medievale basata quindi su una questione genetica e di sangue, roba da accapponare la pelle! Altro che 2000 anni di cultura, qui si guarda ancora alla razza!
Balotelli è stato capace di far integrare gli Italiani agli immigrati, e sottolineo il fatto che sono gli italiani a doversi integrare e non viceversa, perché ormai è da oltre vent’anni che viviamo in una nazione multietnica, ma sembra che il nostro razzismo non ci faccia accettare un fenomeno che altrove è una norma, basta andare in Francia, Germania o Inghilterra per vedere realtà dove la multi etnicità è una parte assodata della società.

Ma per fortuna c’è il calcio, l’unico evento che riesce a far scendere in piazza gli italiani, l’unica volta in cui si vedono le bandiere per strada e si canta l’inno; certo, poco importa se alla fine non si tifa la nazione, ma la squadra in sé. Quella è la bandiera della nazionale di calcio, non del nostro paese, e quello è l’inno della squadra, non quello di tutti.
Poco importa tutto il resto, quello che mi interessa è che un ragazzo di colore, nato a Palermo e adottato da una famiglia Bresciana sia diventato in questi giorni l’icona dell’Italia, l’occasione per focalizzare l’attenzione su un problema tanto discusso ma che fin’ora non ha mai visto un sostegno dell’opinione pubblica, ma adesso, visto che di mezzo c’è il calcio, possiamo sperare in un passo avanti per i diritti di quelle persone che di certo si sentono molto più italiane di tanti che si professano nazionalisti, di sicuro lo sono più di me, che non mi sento italiano ma Siciliano… ma questa è un’altra storia.

L’altro aspetto, quello di cui stanno parlando tutti, e del quale io mi compiaccio, è l’abbraccio di Balotelli alla madre adottiva a fine partita.
Uno dei gesti più belli visti in un campo di calcio negli ultimi anni, un gesto che di certo rimarrà nella storia, e che per noi italiani è di sicuro qualcosa che non ci lascia indifferenti.
L’italiano all’estero (ma anche nel Nord Italia) viene sempre deriso per il suo essere mammone, caratteristica che agli occhi dei gelidi nordici sembra indebolire l’animo umano, invece io credo fortemente che l’amore e i sentimenti siano quanto di più importante esista, soprattutto nei confronti dei nostri genitori, persone che ci amano e ci ameranno sempre indipendentemente da chi siamo e da cosa facciamo. Di tutti gli amori passeggeri che ci accendono e deludono, quello per i propri familiari è il più puro e vivrà in eterno.
Siamo un popolo di mammoni, e meno male! Che sia questo il segreto del nostro estro? Del nostro saper stupire con un lampo di genio uscendo fuori da situazioni ormai spacciate? Del resto è questo il motivo per cui siamo tanto odiati, l’Italiano passa il tempo nel totale cazzeggio per poi salvare tutto negli ultimi minuti, utilizzando solo l’inventiva. Certo, non è una scusante, ma una nostra caratteristica. Amo pensare, che come tutti i bambini, decidiamo di fare un grande gesto non tanto per noi stessi, ma per rendere felici ed orgogliosi i nostri genitori, se questo fosse il modus operandi di una nazione, se noi tutti operassimo pensando a quello che potrebbero pensare le nostre madri ed i nostri padri, allora faremmo di certo la cosa giusta, e porteremmo a casa il risultato.
Forse questo mio pensiero è un po’ semplicista, ma è comunque innocuo, e forse aiuta a vivere meglio, perché ci ricorda che nella vita le soddisfazioni personali possono venire anche rendendo felici ed orgogliosi chi ci vuole bene. 

venerdì 22 giugno 2012

La non violenza e la bellezza



Qualche mese fa avevo pubblicato un post sul mio Blog dal titolo: “Solo la bellezza potrà salvarci da tutto questo orrore”, quelle mie parole nascevano dal malessere di dover vivere e vedere ogni giorno la mia terra devastata dagli abusi e dall'ignoranza, ad opera chi è stato eletto per gestire la cosa pubblica ma che invece distrugge i tesori che ci hanno lasciato i nostri antenati, in cambio di cemento e barbarie.
Credo anche, che come violenza genera violenza, orrore genera orrore, e l'unica risposta al brutto sia inevitabilmente il bello, come Gandhi propose la non violenza a risposta di tutti i gesti di prepotenza.
Su Facebook, (ormai luogo che ha soppiantato i rapporti umani e che è sempre spunto per mille riflessioni), assisto con faccia dubbia ai post dei mie contatti/amici, che per la maggior parte sono di due generi:
1: attacchi contro amici, amori, o persone che li hanno delusi (consiglierei di imparare a circondarsi di brava gente o di chiedersi se il problema non risieda in loro , visto che a me queste cose capitano raramente).
2: post di denuncia contro ogni genere di brutalità (politici, TV, perdita di patrimonio e cultura, guerre, fame nel mondo, Bruno Vespa e chi più ne ha più ne metta).
Ora, questo mio scritto riguarda principalmente il secondo punto.
Personalmente, credo che contrastare l'orrore, parlandone anche in modo negativo, non faccia altro che amplificarne l'effetto. Che senso ha aggiungere qualcosa a quello che già c'è? Qual è la risposta? Ed esistono soluzioni?
Io credo di si. Io credo che, dovendo fare una scelta, si debbano condividere e diffondere idee ed esempi positivi, perché tutto viene trasmesso come fosse un virus, sia la negatività che la positività.
In questo mondo c'è ancora tanta bellezza da esprimere, da scovare e condividere. Certo, occorre non essere pigri, bisogna allontanarsi da Facebook e da altri media che ormai diffondono solo orrore, bisogna trovare il bello, e condividerlo, portare alla ribalta esempi positivi, di gente che non si arrende ed ha ancora voglia di fare.
Riempire le proprie bacheche Facebook di bellezza e non di negatività, (per bellezza non intendo foto di cuccioli o frasi di Emma Marrone elevata a nuova maestra di vita), ma fare in modo che il banale non diventi ormai il nostro quotidiano, ma che si riscopra finalmente la cultura “alta”, quella che è ovunque, e che grazie ad internet è finalmente patrimonio di tutti.
Quando tempo fa espressi questa idea sulla mia bacheca, iniziai così una discussione con un'amica, la quale sembrò non capire il significato del mio messaggio, e credeva che il mio fosse un girare il capo dall'altro lato. Come dire: di fronte ai miei occhi c'è un sopruso da denunciare, ma io faccio finta di nulla e canto come se il mondo fosse tutto rose e fiori.
No, non è questo il mio intendo. Non dico che si debba nascondere la testa sotto la sabbia, ma voglio che proprio la bellezza sia la risposta a tutto l'orrore che sembra non darci più speranze; è una guerra fra due fronti, l’oscurità e la luce, ed è con il secondo esercito che noi dobbiamo vincere questa battaglia, è portando esempi concreti che possiamo dare fiducia a chi ormai utilizza internet come finestra sulla realtà.
Non sta a me adesso elencare quali siano questi esempi, il mondo ne è pieno e basta davvero poco per trovarli, l’importante è smetterla di condividere link ed immagini deprimenti, o insistere su polemiche fini a se stesse. Perché se da un lato è vero che attaccano e denunciano, è anche vero che ciò che alla fine vediamo è solo una realtà negativa, dove orrore viene sommato ad orrore.
Fatevi un favore, circondatevi di bellezza e fate della vostra vita un’opera d’arte, forse vi prenderanno per edonisti ed egocentrici, (perché si sa che nella nostra società non c’è nulla di peggio che essere felici), ma almeno morirete con l’armonia negli occhi.

mercoledì 23 maggio 2012

Noi, Falcone e la Nuova Resistenza


La nuova resistenza passa anche attraverso una piccola città malata come può essere Caltanissetta.
Città assonnata, dimenticata da tutti, che come i gamberi deve prima fare due passi indietro per farne uno avanti, eppure nel Gennaio 2010, a seguito delle minacce ricevute ai Giudici di Caltanissetta da parte delle cosche di Gela la città ha deciso di stringersi attorno ai propri eroi celebrandoli da vivi e affiancandoli nella lotta quotidiana contro la Mafia per non farli sentire soli. Ed è perseguendo questo scopo che nasce la Scorta Civica, un muro di solidarietà attorno ai nostri Giudici e a tutte quelle persone che lottano ogni giorno affinché questa terra sia un luogo libero in cui crescere senza paura.
Una scorta di cittadini, che da quel 23 gennaio, si è data appuntamento ogni anno davanti il tribunale per manifestare la loro voglia di legalità e di cambiamento, una scorta fatta di giovani, di ragazzi delle scuole, di padri e madri, di liberi professionisti e di uomini dello stato.
Una compagine fresca, lontana da quella che siamo abituati a vedere a Palermo, una realtà dove gli stessi attori recitano una parte da troppi anni, e dove uno strato di polvere sembra aver ricoperto le cose, decidendo che nulla deve cambiare e che tutto deve essere taciuto.
I volti Nisseni hanno una sapore di leggerezza, di novità, non di voglia di cambiamento ma la consapevolezza di essere quel cambiamento, perché è solo partecipando che si diffonde la legalità, solo cambiando le coscienze che si potrà realizzare una società pulita.
Queste emozioni si possono facilmente scoprire nelle foto della mostra di Silvio Zaami, inaugurata per l'occasione proprio il 23 Maggio al Palazzo di Giustizia di Caltanissetta, che raccontano in maniera semplice e senza voler imporre uno scatto ricercato, i volti di quel futuro tanto atteso, riportano il lavoro dei Magistrati dentro gli uffici del Palazzo, ma anche l’entusiasmo e la voglia di vivere dei migliaia di giovani che ogni anno affollano Piazza Falcone e Borsellino per ricordare il sacrificio delle vittime della mafia, ma anche per far sentire la loro presenza ai nostri eroi vivi.
Foto in bianco e nero, che vogliono solo trasmettere l’emozione del momento, dello slancio di una città che ha voglia di cambiare e di non abbassare la guardia.
Le nuove generazioni cresciute all’indomani delle stragi del 1992, con una visione diversa della Mafia e con nel dna il concetto della legalità e della resistenza. E questa Nuova Resistenza trova il simbolo nel piccolo Paolo Borsellino, e nella sua foto col padre Manfredi durante una partita di calcio in ricordo delle stragi di mafia, un bambino che porta il nome di un nonno che non potrà mai abbracciare, ma di cui conoscerà l’eroe che ha sacrificato la sua vita per permetterci oggi di scendere in piazza senza più paura e con la sola voglia di cambiare la Sicilia e i Siciliani.

martedì 15 maggio 2012

Il Max Pezzali che è in te.

Diciamocelo chiaro e tondo, Max Pezzali piace, ma tutti si vergognano ad ammetterlo. Conosciamo a memoria molte delle sue canzoni, le cantiamo in auto o sotto la doccia, ma poi non ci permettiamo di dire umilmente che segretamente ci fa impazzire.
Io non ho mai nascosto la mia stima nei suoi confronti, anzi, da tempo sostengo la sua profondità celata fra le righe di canzoni orecchiabili ed a sfondo leggero, perché anche se non vogliamo ammetterlo, sappiamo bene che la realtà descritta dal Pezzali è proprio quella in cui noi viviamo. Piccole cittadine noiose, ragazzi da sempre innamorati della bella del paese che se la tira, serate passate in auto a girare di locale in locale per poi capire che c’è solo la noia a tenerci compagnia: Max non ci piace perché parla di noi, e noi siamo in fin dei conti persone che vivono vite noiose e che credono di essere uniche.
Purtroppo unici non siamo, ed è inutile che ci identifichiamo in Vasco Rossi e nelle sue canzoni, sogniamo una “vita spericolata” perché crediamo che quello che facciamo “siamo solo noi” a farlo, ma non è così. Che ci piaccia o no, il nostro concetto di vita spericolata è di uscire al sabato sera in auto per finire in una pizzeria, e di spericolato c’è solo il fatto che oggi, in barba alla dieta, ordineremo una pizza più condita del solito, o che poi berremo un bicchiere in più sperando che la polizia non ci accoppi! Mi spiace, ma di spericolato non c’è un bel niente nelle vostre vite, ed è ora che lo sappiate, e quando cantate “siamo solo noi” dovete sapere che non è così, come voi ci sono altre migliaia di persone che si credono uniche ma che alla fine la loro piccola fuga è quel giro in auto la sera in cerca di una pub dove mangiare il solito panino con patatine.
Le persone hanno voglia di evasione, di sentirsi uniche, e finiscono per identificarsi con personaggi e temi che alla fine non raggiungeranno mai, certo è loro diritto sognare, ma mi chiedo solo se poi si rendano veramente conto che la realtà che li circonda è ben diversa, un po' come quando all'indomani del nuovo successo di Jovanotti, tutti scrivevano che loro erano “il più grande spettacolo dopo il big bang”, una frase che ha fatto registrare il tutto esaurito nel settore banalità, ma che soprattutto dura giusto il tempo della durata di quel rapporto e poi ripeto, il vostro amore non ha nulla di unico, è ora che ve ne facciate una ragione!

Così torna il verbo di Max, che alla fine parla proprio di noi, delle piccole realtà in cui siamo sprofondati, delle nostre vite strette che ci rendono piccoli e tristemente normali, però lui lo fa con tono ironico, ad esempio in brani come “Viaggio al centro del mondo”, in cui il protagonista, dopo aver descritto l’euforia della grande città, si chiede se lui ed i suoi amici possano davvero vivere in un luogo del genere, loro che forse sono “troppo lenti o troppo tonti”, e così potremmo continuare a portare esempi di una sconvolgente quotidianità che viene sempre descritta in tono così sfacciato da non voler esser visto, e quindi finisce per essere denigrato.
Certo, ora non voglio dire che Max è per me la principale fonte di ispirazione, ma che piaccia o no, è tempo di andare al di là dell'uomo ragno per vedere che più di ogni altro artista lui descrive esattamente come siamo, noi non siamo quello che descrivono Vasco o Ligabue, non siamo eterei come i brani di Battiato e nemmeno così vintage come le parole di Conte, non siamo spirituali come Jovanotti o melanconici come la Consoli, immedesimarci in questi modelli ci aiuta solo a star male, a sentirci frustrati a causa di un'esistenza che noi non riusciremo mai ad avere, noi siamo gli sfigati di provincia descritti da Max Pezzali, e questo ci spaventa, perché di fatto non ci piaciamo e vorremmo essere unici, ed è per questo che sogniamo la vita degli altri mentre sprofondiamo nella noia e nell'anonimato.

Luciano Zaami