sabato 9 febbraio 2013

La neve a Caltanissetta


Caltanissetta, inverno 2003.
In inverno non sono rare le nevicate, o forse, sarebbe meglio chiamarle, spruzzate di neve.
Spinti dal vento i fiocchi cadono, mentre la domanda che tutti si pongono è: “ma quaglierà?”
Il solo fatto di porsi questo quesito, fa capire di come non si è capaci di comprendere questo fenomeno atmosferico, per il solo fatto di essere a noi estraneo.
Le nevicate abbondanti, quelle che restano per giorni, avvengono ogni tre quattro anni, almeno nelle zone collinari, mentre sui monti Nebrodi o sulle Madonie, la neve è una componente del paesaggio invernale, e così anche sull’Etna.
La bellezza e la grandezza del vulcano, fa si che per tutto il mese di Aprile ed inizio Maggio, ci sia ancora molta neve sulla cima del monte, così non è raro in primavera poter trascorrere una mattinata al mare, mentre al pomeriggio si può salire sull’Etna per immergersi in un clima invernale, fatto di neve e rifugi pieni di turisti in cerca di una tazza di cioccolata calda.
A Caltanissetta ogni due o tre anni cade un po’ di neve, niente di eccessivo, giusto quel po’ che basta per far andare in tilt la città. Il traffico impazzisce, e sia in centro che in periferia, vedi studenti che hanno marinato la scuola per restare a divertirsi per le strade.
La cosa singolare è vederli giocare a palle di neve. Raccolgono la scarsa materia, che man mano viene impastata e riciclata, diventando così sempre più una palla di ghiaccio e fango, finché quello che ti arriva in testa sono delle vere e proprie pietre. Ma del resto, è già tanto che a queste latitudini sia apparsa la neve, pretesa alta sarebbe, chiederle di restare.

giovedì 27 dicembre 2012

Quel che manca è la cultura.


Cos'è allora che affligge la nostra città ed in parte tutto il nostro Paese? Com'è possibile che l'Italia si sia ridotta così male e che al Sud il progresso atteso da 150'anni non è mai arrivato?

Cos'è che un occhio attento arrivato in Sicilia (ed in Italia) nota subito?
La totale mancanza di cultura. Ma per cultura non intendo quella classica che si impara a scuola, quella infatti sono anni ormai che non la insegnano più, per cultura intendo tutte le conoscenze necessarie per far bene il proprio lavoro.
Ogni ambito ha una cultura: quella imprenditoriale, turistica, della ristorazione, etc..., piccoli dettami che suggeriscono a chi decide di intraprendere una professione di svolgerla al meglio.
Purtroppo così non è. A Caltanissetta, come in molte altre zone del meridione, i lavori si improvvisano ma non si imparano ed insegnano.
Sono davvero pochi, ad esempio, i ristoranti dove mangiare è un piacere, trovare personale competente e capace è quasi impossibile, i camerieri ai tavoli spesso non sono altro che ragazzi in jeans e maglietta che nulla sanno del lavoro che stanno svolgendo. Ma la colpa non è loro, ma di quegli ignoranti che si improvvisano imprenditori e che poi, come tutti gli ignoranti, hanno l'arroganza e la maleducazione che li contraddistinguono.
I Siciliani sono famosi per la loro ospitalità, ma francamente, avendo viaggiato tanto, posso dirvi che di ospitale qui c'è poco. Sono pochi i negozi dove si è accolti con un sorriso e con professionalità, il servizio è sempre scandente per poi non parlare della nota dolente, i WC. Ma i ristoratori non sono anche loro esseri umani? Come si possono avere servizi igienici sporchi e senza carta o sapone? Bagni che ricordano quelli delle stazioni e che nulla hanno a che vedere con il concetto di ristorazione. Credetemi, il WC è sempre un buon punto di partenza per capire quanto di professionale ci sia nel ristorante o bar dove siamo capitati.
Ma la cultura non manca solo nella ristorazione. Prendiamo il rapporto che hanno le imprese con la pubblicità, io lo definirei meraviglioso. Per non investire qualche migliaio di euro in un progetto pubblicitario a lunga scadenza (ad esempio nel 2013 investo 2000€ per la pubblicità), si affidano all'amico dell'amico, che gli farà un lavoro scadente al prezzo minore, ma ovviamente essendo ignorante il commerciante non bada alla qualità ma al fatto che quel volantino o sito web gli sia costato due soldi. Poi li vedi piangere perché la loro impresa va male, come se i clienti venissero ad acquistare in quel posto attratti chissà da cosa, forse dai profumi del loro Wc.
Ma la cultura manca in tutto, e non potevo non parlare di chi ci amministra, ignoranti al soldo dei potenti, incapaci anche loro di un progetto a lunga scadenza che possa far migliorare questa città nel lungo periodo. Caltanissetta è così da sempre, e la colpa è anche da attribuire a tutti quegli incapaci che noi cittadini abbiamo messo a governarci.
La cultura è l'arma più forte, essere competenti e preparati, sapere come gestire al meglio un'attività commerciale o la cosa pubblica, tutto è legato al Sapere.
Ma nella dittatura mediatica voluta da Berlusconi, ignoranti ed innocui è il requisito base per potersi definire Italiani. Non importa quanto tu sia bravo o preparato, ci sarà sempre un raccomandato “figlio di” o “amico di” che prenderà un posto dirigenziale. E quando ignoranti/raccomandati si ritrovano a guidare l'aereo, è inevitabile che tutto caschi, perché loro stessi non si rendono conto di come va gestita la cosa pubblica. Manca la cultura del verde, dell'amore per le città ed il patrimonio, manca la cultura della cultura, l'amore per i libri e per il bello. Questo tempo è il trionfo dell'ignoranza e dell'arroganza, e molti ancora non lo capiscono perché appunto ignoranti.
Il mio non è populismo, dovrebbero essere gli Italiani ad aprire gli occhi, a viaggiare a documentarsi, per vedere quanto questo paese sia alla deriva, e di come ad intere generazioni il futuro sia stato negato. Ma è inutile cercare di far vedere la luce a chi adesso sta guardando Maria De Filippi e si appresta ogni domenica a celebrare uno dei principali strumenti di controllo di massa, il calcio.
Continuate a dormire...

mercoledì 28 novembre 2012

Caltanissetta e il vento...


Caltanissetta, primavera 2006.

Dalla finestra della mia camera, quando sono sdraiato sul mio letto, posso vedere le cime dei pini che si trovano dietro la mia casa, e il cielo.
Quando è sereno l’intenso azzurro contrasta con il verde degli alberi, e mi diverto a guardarli, fissi immobili, come un quadro a tinte forti, altre volte vengono invece mossi dal vento.
La notte, se le congiunzioni lo permettono, viene a trovarmi la luna, enorme e lontana, riempie la mia camera di luce argentea, e ancora una volta posso ammirare le cime dei pini.
Dalla mia stanza gusto una larga porzione di cielo notturno, e con esso le stelle. In estate ne vedo molte di cadenti, qualcuna è verde o rossa, lampi, meteore così veloci che spesso ti chiedi se non sia stato solo frutto della tua immaginazione.
Nelle giornate ventose, un sinistro ronzio avvolge la mia casa, che battuta dai venti come una nave in tempesta non può che subirli tentando di contrastarli.
Ci si abitua a tutto, anche al rumore costante del vento che spesso soffia per giornate intere, scuote persiane, rende i cani nervosi facendoli ululare, si infila dentro le canne fumarie dei camini formando strani suoni, come le urla o i lamenti che i viaggiatori udivano nel deserto del Gobi, ingannati dal sottile gioco di Zeffiro.
Eppure un’altra cosa che accomuno a Caltanissetta è il vento. Quel soffio umido che rende il nostro inverno peggiore di quello del nord Europa, il vento che fa infilare il freddo nei tuoi abiti e poi nelle ossa. Il vento che taglia le mani e il viso, quello che fa sbandare le auto sull’autostrada.
Forse questo è un altro tassello di queste genti dell’entroterra così complesse. Popoli che passano da estati secche e torride a inverni umidi, piovosi e ventosi.
Spesso, e con gioia, arriva il vento di scirocco, giunge in Sicilia ancora carico di sabbia del deserto, e lo senti nell’aria, lo avverti, modella ancora l’umore rendendoti stranamente nervoso. Poi riempie il cielo di nubi rosse, enormi ammassi di fuoco che si librano sopra le nostre teste, grovigli sinistri di colate laviche sospese a mezz’aria. Cade la pioggia, acqua calda in vento caldo, e ciò che resta alla sua dipartita è una distesa di sabbia rossa, che tinge le auto, i selciati delle strade, e ha sporcato i vestiti stesi al sole ad asciugare.
Di tutti i fenomeni che avvolgono la Sicilia, questo è uno di quelli che ci fa sentire orgogliosi. Lo Scirocco, vento amico che proviene da sud, quasi un conoscente che ogni tanto viene a farci visita, una persona lontana eppure di casa.
Anche in estate il vento fa la sua comparsa. Carezza le cime degli alberi, creando un dolce suono di foglie e sospiri.
Nel vuoto della campagna nissena ci si imbatte in piccole macchie di alberi di eucalipto, e lontani dal caldo, all’ombra dei loro tronchi, godi del rumore del vento e del profumo fresco delle foglie.
Adesso è primavera, e ovunque è un tappeto di erba e fiori di campo.
Il vento soffiando crea increspature sui campi di grano, e sembra proprio un mare verde che fa avanzare le proprie onde alla ricerca di una spiaggia su cui infrangersi. Nei campi arati male, crescono macchie di papaveri e di altri fiori di campo, chiazze di rosso, viola e giallo compaiono all’improvviso dietro una collina, mentre sciami di insetti ronzano per posarsi sui loro talami.

Tratto da: Derive e Approdi di Luciano Zaami. Edizioni Orientexpress. Napoli 2011

martedì 20 novembre 2012

Prega Dio e fotti il prossimo...


Eh si, ci si abitua a tutto, anche al degrado!
Bisognerebbe fare uno studio approfondito per spiegare il perché gli Italiani abbiano un rapporto controverso con l'igiene.
Se infatti hanno un'ossessione maniacale nei confronti delle loro abitazioni, (che sono sempre pulite e tirate a lucido), sembrano invece non avere alcun interesse verso lo stato delle loro città e dell'ambiente in generale.
Tutto quello che accade al di fuori della propria casa sembra non interessare gli Italiani. Ogni sfregio, immondezzaio, abusivismo, e gesto incivile sembra lecito o normale ai figli di Dante e Botticelli.
Dall'altro lato, si citano spesso i popoli del Nord Europa, che hanno città pulite ed ecosistemi protetti, a fronte di case non sempre brillanti.

Su questo si potrebbero aprire innumerevoli dibattiti, ma amo sempre partire dallo spunto che mi diede anni fa un mio amico Olandese, lui notò che in Occidente, i paesi che arrancavano erano sempre quelli latini, e quindi Cattolici.
Che possa essere vero?
Che il classico: “prega Dio e fotti il prossimo”, sia più radicato di quel che si pensa?
Del resto questo atteggiamento è sempre presente nei Cattolici. Il rapporto duale fra uomo e Dio è esclusivo. Non importano gli altri, io devo dimostrare di essere il fedele e il più devoto e questo a discapito del prossimo.
Sembra che nessuno abbia ben chiaro che, in una scala di azioni per assicurarsi il paradiso, ha più valore rispettare il prossimo e tutto il creato di Dio, che venerare Dio stesso.
Che vale battersi il petto in chiesa se poi una volta fuori distruggiamo il mondo che Dio stesso ci ha donato?
Rispettare il prossimo non è forse il gesto civile, e Cristiano, più alto che possiamo fare? Il rispetto non passa anche attraverso l'amore per chi è diverso, come ad esempio quegli immigrati che da anni raggiungono l'Italia in cerca di aiuto e che noi spesso dipingiamo come l'origine di alcuni mali della nostra società? O forse a Dio non interessano quei disperati? Secondo voi a Dio interessa solo che ogni domenica un nugolo di fedeli in pelliccia vadano a farsi il segno della croce? Proprio no, non credo. Se io fossi credente penserei che l'immigrato che chiede l'elemosina fuori da una chiesa sia una prova che ci manda il Signore, giusto per capire se poi, alla fine della messa, siamo davvero così caritatevoli come il buon samaritano.
E fra un Ateo onesto, ed un cristiano disonesto, chi salviamo?

Realtà opposta si ha in quei paesi protestanti, che grazie a Lutero, hanno cambiato la visione del rapporto uomo-Dio. Dove il rispetto verso il prossimo (e quindi per riflesso verso Dio) passa anche attraverso la cura per la città (ed in generale sullo sviluppo della società), perché è lì che vivono i nostri simili, ed è lì che si dimostra l'essere o meno buoni Cristiani.
Tutto quello che accade fra le mura di casa ha un valore intimo, e quindi esclusivo con Dio. Perché è in casa che noi non abbiamo occhi che ci scrutano, eccetto quelli del Signore.

Possiamo allora parlare di un atteggiamento Latino-Cattolico che ha plasmato anche il nostro modo di vivere le città?

Ora, mettiamo da parte questa premessa, che di certo non farà piacere a chi non si rivede in questa descrizione: resta però il fatto che la sporcizia ci circonda, e nessuno sembra farci più caso.
Ci siamo abituati all'orrore!
Ma vi prego di aprire gli occhi quando uscite di casa. Provate a guardare la Città con uno sguardo critico, come se voi veniste da un posto qualsiasi che non sia il nostro martoriato Meridione.
Vedete i ciuffi di erbacce che crescono ai bordi delle strade? Vedete l'asfalto pieno di buche? Vedete la spazzatura che ha invaso ormai non solo ogni angolo della città, ma anche le campagne? Sembra difficile non trovare la maledetta plastica!
Vedete i marciapiedi sconnessi? I monumenti invasi da scritte? I palazzi del centro che stanno per cadere?
Ma vedete anche le macchine grosse e lucide e la gente vestita in maniera elegante. Vedete anche chi parcheggia in doppia fila per andare a comprare il pane fregandosene si arrecare un danno al prossimo (i figli di Dio per intenderci), per un puro tornaconto personale?
Vedete l'orrore che ci circonda? O vi siete abituati anche a questo?
Abituati a tutto!
Vediamo il nostro mondo andare a pezzi, il nostro futuro scomparire, e crediamo che basti andare a messa la domenica per guadagnarci il regno dei cieli.
Eppure, come nella parabola dei talenti, il ricco signore punì il servo che non aveva messo a frutto i denari che gli erano stati affidati.
Anche in questo caso, Dio, punirebbe noi tutti per non aver rispettato il pianeta che lui con tanto amore ci aveva donato per farne la nostra casa.

venerdì 9 novembre 2012

Ci si abitua a tutto, anche all'indifferenza.

Questo post non nasce da una mia idea, ma è stato un cittadino di Caltanissetta che mi ha chiesto di parlarne, e la cosa non può farmi che piacere.
Mi chiedeva del perché questa città non ha più il coraggio di indignarsi.
Ci si abitua a tutto, anche all'orrore, all'indifferenza, a tutti quei comportamenti che altrove farebbero gridare allo scandalo, e qui invece è la normalità.
Viviamo nella nazione di Pulcinella, dove tutti sanno chi sono i disonesti e dove sono seduti, ma nessuno li va ad arrestare, e nessuno si indigna più di tanto.
Di certo è una tecnica efficace, è quella della goccia.
Giorno dopo giorno, aumenti la dose di immondizia che scarichi sulla società, fino al momento in cui nessuno ci fa più caso, e diventa, ahimè, la normalità.
Sappiamo bene che quel politico è salito grazie a dei voti “dubbi”, sappiamo che certe attività commerciali aprono per riciclare denaro sporco, sappiamo tutto di tutti, eppure restiamo nell'indifferenza, e spesso anche nella paura di ritrovarci soli a lottare contro i giganti.

Possibile che questa città non abbia più voglia di indignarsi e partecipare?
Gaber diceva che: “Libertà è Partecipazione”, e mai frase fu più vera. Eppure basta vedere le associazioni di volontariato che arrancano a causa della scarsità dei sostenitori, basta vedere la risposta negativa che la città da a diverse iniziative a sfondo sociale.

Ogni tanto assistiamo a piccole scintille di orgoglio ma che mai si concretizzano nel fuoco del cambiamento.

Ma la paura a ribellarsi e il non indignarsi, genera un'altra cosa spaventosa: l'individualismo.
Infatti, mentre un male comune dovrebbe unire il popolo a scendere in piazza, si preferisce risolvere il problema a proprie spese, senza partecipare al processo di appartenenza alla comunità.
Un esempio per tutti? La perenne crisi idrica. In tanti anni non ho mai visto la gente ribellarsi ai turni per l'acqua, turni che in certi periodi sono arrivati pure ad offendere la dignità di noi cittadini; avere l'acqua una volta a settimana è da terzo mondo, ed il nostro silenzio lo è ancor di più.
Eppure, invece di vedere la gente scendere per le strade, si assiste all'effetto contrario, ognuno si fa il suo bel recipiente e se lo mette sopra il tetto. Morale della favola? “Io sto bene, che mi frega se i miei vicini soffrono la sete?”

Manca completamente l'idea di cosa pubblica e bene comune, manca quella “partecipazione” di cui parlava Gaber.
Eppure gli Italiani sanno che il loro modo di fare è sbagliato, non a caso guardiamo ai francesi con invidia, dicendo sempre che loro, per molto meno, scendono in piazza e sono tutti compatti.

Allora perché non lo facciamo qui? Che cos'è che ci ha reso così indifferenti difronte ai nostri stessi diritti?
Possibile che siamo disposti a subire ogni genere di ingiustizia pur di difendere quei pochi privilegi acquisiti? Quelle briciole che altrove farebbero sembrare la vita una vergogna e qui invece diventano un vanto?

Qualcuno si è mai chiesto quanto vale la propria vita?

venerdì 10 agosto 2012

Distruggete il Gattopardo!


Ultimante sto attraversando la mia fase “assolutista”, credo infatti che in certi periodi storici, visto che il popolo non è in grado cambiare il proprio destino, ci sia bisogno di un’imposizione che venga dall’alto, qualcosa di bruto ma necessario.
Prendiamo la storia ad esempio, tutti i più grandi tiranni sono anche coloro che hanno avviato dei periodi di cambiamento, senza i quali la civiltà non si sarebbe evoluta. Il termine stesso di rivoluzione indica un cambiamento repentino a discapito di un processo naturale che sarebbe potuto durare anche secoli.
Mettendosi nei panni di alcuni recenti dittatori si possono anche giustificare certi atteggiamenti, prendiamo ad esempio Mao Tse Tung in Cina o Pol Pot in Cambogia, entrambi capirono che per cambiare veramente le cose si doveva cancellare tutto il retaggio del passato, quel passato che impediva col suo peso lo sviluppo ed il cambiamento. Un’azione folle, ma necessaria per chi voleva la sopravvivenza della propria nazione. Forse avrebbero evitato molte delle azioni che hanno compiuto, ma sapevano che erano necessarie, anche se il risultato non poteva essere certo.
Ed ultimamente, che ci crediate o no, nutro un sano odio verso il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, non per il libro in sé che è ovviamente uno dei più importanti testi del ‘900, ma per come sia entrato in maniera negativa nelle menti dei Siciliani privandoli di alcun senso civile e dando manforte alla loro apatia cronica. Come dire: “siamo fatti proprio così, e non ci possiamo fare nulla, lo dice pure il Gattopardo….”
Non c’è infatti discussione sui problemi della Sicilia e dei siciliani che non si concluda con l’intellettuale di turno che citi la solita frase del: “Tutto cambia affinché nulla cambi”.
Questa frase la ritengo pericolosissima, perché autorizza i siciliani a distaccarsi da ogni slancio politico e voglia di cambiamento, perché tanto ogni azione, in maniera preventiva, viene vista come il desiderio di mantenere lo status quo, o comunque come un inutile spreco di energie, facendo quindi il gioco di chi davvero vuole che nulla cambi.
Non c’è niente di meglio per chi detiene il potere che avere un popolo che preferisce sonnecchiare piuttosto che tentare di cambiare il proprio futuro. Ma soprattutto, non c’è niente di peggio che un cittadino che invece che partecipare, preferisca restare agli angoli citando il Gattopardo per poi poter dire: “te lo avevo detto io…”.
Ma come possiamo dare ad un testo un tale potere? Ovvero il potere di aver fatto credere ai siciliani (notoriamente non inclini a mettersi qualcosa in testa) che è inutile che partecipino al cambiamento della loro vita perché tanto mai nulla cambierà?
Nessuno ha pensato che Tomasi di Lampedusa, per quanto autore brillante, era pur sempre un uomo? Un signore con una visione ampia della vita, ma che comunque rispecchiava un'epoca, un periodo storico, e soprattutto una vicenda personale che non può essere applicata ad un intero popolo? E forse non era nemmeno suo intento diventare il più citato dai lagnusi e dai codardi.
Ed è per questi motivi che ultimante penso che per estirpare questo malcostume dalla mente dei siciliani sia forse necessario far sparire questo libro, in modo che non possa più essere distorto ad uso e consumo di chi vuole che davvero nulla cambi.
Forse sono troppo radicale? Si! Ma ultimante sto davvero meditando alcune azioni che per qualcuno possono essere definite “estreme”, ma che io reputo necessarie per ottenere il cambiamento. Non dobbiamo dimenticare che viviamo in un periodo storico delicato, il sistema capitalista è fallito, ma soprattutto l’Italia è ormai alla deriva, vittima di oltre 60’anni di Repubblica che hanno distrutto la società ed il patrimonio. Ed oggi il potere è in mano ad una classe dirigente di over 60 che non vogliono mollare l’osso e pretendono di progettare il mio futuro; tutto questo non può essere accettato ancora a lungo, e se vogliamo che le cose cambino dobbiamo cambiare le cose.
Non vi preoccupate, non medito alcuna bomba o sparatoria, questo lo lascio fare ai servizi segreti italiani, ciò che voglio è che i cittadini capiscano che il cambiamento passa attraverso le loro azioni, ma soprattutto attraverso il loro voto, che dovrebbe essere libero da clientelismi ed intrecci politici.
Quindi alla frase del Gattopardo: “Tutto cambia affinché nulla cambi”, voglio contrapporne una del Giudice Borsellino, un esempio di sicuro più attuale e sano che tutti dovrebbero seguire, ma si sa, fare la cosa giusta ha un suo peso ed in certi casi anche una sua controindicazione: ‎"Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare"

venerdì 3 agosto 2012

La ricerca di un Modello Siciliano


Di quale male soffre allora la Sicilia? Possono i mille problemi che ci affliggono derivare da una sola causa? Può la mancanza di identità rendere un popolo debole e quindi più soggetto ad ogni genere di sopruso, anche quello che subiamo da parte dei nostri stessi coisolani? (vedi politici corrotti, mafiosi e, ovviamente, i politici mafiosi).

Come già ho scritto, i Siciliani, come tutte le genti del Sud Italia, soffrono del male della “perdita dell’identità”, la nostra storia è stata nascosta ed in alcuni casi addirittura cancellata, questo ha portato ad avere un popolo che vive in una terra senza passato; un luogo fatto di un presente senza valore ed in un futuro incerto.
Al nostro retaggio è stato sostituito un nuovo modello, quello settentrionale. Modello sognato, di benessere e felicità che si realizza solo emigrando.
In Sicilia sappiamo bene che arrivati ad una certa età si deve andar via, perché qui non c’è nulla.
Al Nord si sta meglio, si vive meglio e tutto è più bello, o forse questo è solo quello che per anni abbiamo creduto?
Ma dov’è che abbiamo sbagliato?
Sappiamo che in passato si è provato ad applicare al Sud un modello che non ci appartiene, quello industriale che è fallito per motivi storici, ma anche geografici.
Come possiamo applicare una modello ad un sistema che per sua natura non potrà mai farlo suo? Semplicemente non possiamo.

Finché guarderemo al Nord come un esempio, ne verremo attratti e non riusciremo mai a fermare il flusso migratorio che da sempre flagella il Sud.

A cosa dobbiamo quindi puntare?
Credo che sia giunto il tempo di cercare una terza via, un “Modello Siciliano” che possa diventare il nostro vero motore per lo sviluppo.
Quello che per altri è lentezza è pigrizia, non è altro che il nostro modo d’essere e di vivere, quello del Meridione è un sistema che si è evoluto in secoli di storia e che adesso viene dipinto come negativo.
Ciò che si deve fare è analizzare i nostri punti di forza, e costruire su quelle basi. Sfruttare al massimo le nostre risorse che sono quelle del turismo, della cultura e del mangiar sano. Fare in modo che la Sicilia diventi il centro del Mediterraneo ed una porta politico-culturale sul Nord Africa.
Facciamo in modo che il nostro Essere Siciliani, sia una caratteristica unica e positiva, un pregio e non una sventura.
Far capire ai giovani che “quello che siamo” non è un fattore di cui vergognarsi, e che l’unico modo per evitare che le generazioni future lascino la Sicilia è quello di non abbandonarla adesso, di rimboccarsi le maniche e di creare sviluppo ora.
Questa crisi economica dovrebbe essere l'occasione per far capire a tutti che ormai il posto fisso è una chimera, e che quindi è giunto il tempo di rischiare e di aprire quelle attività commerciali che per paura o pregiudizi non abbiamo mai voluto prendere in considerazione.
Per la prima volta possiamo fare economia reale, creare sviluppo ed opportunità mettendoci in gioco, senza cullarci dietro la comoda sicurezza dell'impiego statale. Possiamo realizzare i nostri sogni nel cassetto, quei sogni che abbiamo ucciso perché eravamo troppo impegnati a "cercare un lavoro".
Ma tutto questo va fatto senza più guardare al Nord, perché per anni la politica è stata quella di renderci poveri per favorire la fuga dalle nostre terre, e mantenerci dipendenti dal settentrione.
Dobbiamo essere noi Siciliani a rialzarci e metterci al lavoro, senza attendere leggi giuste che mai verranno, e senza chiedere aiuto al politico di turno.
Abbiamo perso la voglia di lottare e di amarci, attendiamo che qualcosa accada, e non abbiamo capito che tutto dipende da noi, che il nostro futuro e la nostra felicità esisteranno solo se noi lo vorremo.
Rialziamoci dunque, e mettiamoci a lavoro!