giovedì 22 marzo 2012

Il risveglio delle Coscienze


Lu Xun fu il più grande scrittore cinese del 900, egli divenne famoso ed immortale grazie ai suoi saggi brevi, scritti di anche due pagine, capaci però in poche righe di smuovere le coscienze di tutta la Cina.
La sua metafora più famosa è quella in cui immaginava il suo paese come una grande scatola di ferro dalla quale non si poteva ne entrare ne uscire, sigillata, chiusa senza alcun modo di scalfirla, ed al cui interno viveva addormentato il popolo cinese, sprofondato in un lungo sonno.
Lu Xun si chiedeva cosa sarebbe successo, se almeno una di queste persone si fosse svegliata ed avesse così realizzato la situazione senza uscita in cui si era venuta a trovare.
Era dunque giusto provare a risvegliare il popolo cinese? Valeva la pena scrivere articoli, saggi, partecipare attivamente alla vita culturale di una giovane nazione (com’era la Cina del post impero), per poi aprire gli occhi ad un popolo senza speranza?
Mi chiedo spesso quanto questo valga per Caltanissetta e la Sicilia intera. In effetti, che vale il risveglio di pochi quando tutti ancora dormono? Aprire gli occhi ai singoli per mostrargli solo l’orrore che li circonda è forse giusto? Non sarebbe meglio lasciarli nella loro beata ignoranza?Certo, sono lamentosi, ma del resto felici, sazi dei loro riti e delle loro vite minime.
La tentazione è forte, ma come te caro lettore, non posso andare contro la mia natura, e trovo mio dovere continuare a percorrere la strada che ho intrapreso, non per spirito di martirio, ma perché io sono questo.
A cosa dobbiamo quindi puntare?

Molti, sempre più spesso, mi propongono progetti, mi chiedono di aderire ad associazioni, movimenti e partiti, vorrebbero, giustamente, fare qualcosa di concreto. Ed io non posso fare altro che vedere ogni mese nascere l'ennesima associazione per il rilancio di Caltanissetta, associazione che purtroppo mi lascia sempre perplesso, perché so che il più delle volte, eccetto un primo entusiasmo, a lunga distanza resta davvero poco di tutti i buoni intenti.
Personalmente non credo sia l’unico metodo da adottare, è inutile avviare progetti ambiziosi che a Caltanissetta richiederebbero sforzi sovrumani per poi avere un ritorno di pubblico bassissimo.
Inutile creare eventi che già presuppongono un popolo educato e sensibile a certe tematiche, in una città dove il senso civico non esiste.
A cosa quindi bisogna lavorare? Dove andrebbero canalizzati i nostri sforzi?
Io credo si debba cercare di risvegliare quel popolo che dorme dentro la scatola di ferro, educarli, renderli cittadini consapevoli e sensibili, fare in modo che Caltanissetta non abbia solo uno stretto gruppo di partigiani che si incontrano agli eventi che loro stessi organizzano, dobbiamo invece riuscire a coinvolgere tutta la popolazione.
Prima di fare una rivoluzione, bisognerebbe avere un popolo alle spalle che la condivida, altrimenti faremo la fine del Movimento dei Forconi, ovvero una grande manifestazione che non ha saputo dare voce ai Siciliani, ed è per questo che non è riuscito a portare avanti la sua battaglia. Si deve fare in modo che sia il popolo a rivendicare certi diritti, in modo che sia lui stesso a spingere i rappresentanti dei vari movimenti. Si deve quindi avere la partecipazione!
Lavorare sulle coscienze, utilizzare ogni mezzo per coinvolgere ed educare le persone, e soprattutto, puntare sulle nuove generazioni, perché oramai quelle passate hanno perso la loro occasione di dare un senso alla loro esistenza. Sembrerà banale, ma ciò che serve è la cultura!
Come dissi l’altra sera ad un amico, è inutile creare nuove associazioni, in questo modo non facciamo altro che disperdere le energie e fare il gioco dei potenti che ci vogliono divisi.
Caltanissetta ha tante realtà meravigliose che lavorano bene, allora dobbiamo ingrossare le fila di queste associazioni, essere attivi, ma in contesti già radicati nel territorio; la creazione dell’evento in se, senza coinvolgere i cittadini è fine a se stesso ed anche auto celebrativo.
Essere attivi non vuol dire solo tesserarsi, ma lavorare a tutte le fasi di un’iniziativa senza mai perdere di vista l’utente finale, colui a cui recapitare il nostro messaggio, quel cittadino che da sempre dorme nella scatola di ferro.

domenica 11 marzo 2012

Pensieri sull'8 Marzo...

Chi mi conosce sa bene che io non amo le feste comandate, tutto quello che è Ferragosto, Pasquetta e cose simili, riescono ad irritarmi piuttosto che accendere in me la voglia di far festa e di stare insieme. Ci sono poi ricorrenze che per me rappresentano veri e propri banchi di prova contro la depressione, parlo della lunga pausa che va dalla vigilia di Natale all’Epifania, due settimane di sofferenza, di tentativi di resistere ad un interminabile vuoto che per quanto breve riesce a segnare il periodo più brutto dell’anno. Non chiedetemi il perché, ma se c’è una festa, io sono quello che non si diverte.
Ma più che le feste comandate, ultimamente cominciano ad irritarmi gli “anticonformisti ad ogni costo”. Il fenomeno è facilmente riscontrabile su facebook, dove non c’è ricorrenza che non abbia una coda di persone che passano il loro tempo a scrivere quanto sia stupido festeggiare quel giorno.
Io credo che questo sia diventata la cosa più banale che ci possa essere, è la banalità nel voler essere originali o quantomeno critici. Anche perché, alla fine, il parlarne male equivale comunque a parlarne, quindi volenti o nolenti anche loro stanno in qualche modo ricordando quel giorno.
Gli ultimi esempi sono stati San Valentino e la Festa della donna, dove gli schieramenti erano opposti ed agguerriti, c’era chi pubblicava cuoricini e mimose, e chi invece gridava che la coppia o la donna va ricordata tutto l’anno.
Personalmente (anche se so che spesso mi parte la critica) penso che se una cosa non interessa non bisogna parlarne, se lo fai vuol dire che ci pensi, un po’ come chi parla sempre dalla sua ex dicendo che è finita e non ci pensa più, ma allora perché ne parli?
C’è anche da aggiungere, che alla fine, è giusto anche rispettare il pensiero degli altri, e se una coppia vuole festeggiare San Valentino, che lo faccia pure, ma alla fine che ci cambia? Alcune donne danno un significato particolare all’8 marzo? Va bene così! Perché fare sempre i bastian contrari? Questo gusto di dover sempre essere alternativi. Muore un cantante? E tutti a criticare il fatto che adesso la gente diventa all’improvviso fan di quell’artista. Beh, non è che diventatata fan, ma lo stanno commemorando, come si ricorda un parente morto, che magari vedevi una volta l’anno ma che alla fine vuoi omaggiare quantomeno partecipando al suo funerale. Non è che uno può ogni giorno pubblicare link di tutti gli artisti che stima così poi da non dover passare per banale una volta morti. Ci sono cose o persone che ci tornano alla mente solo in certi casi, e questo non vuol dire che non sono importanti, lo sono stati e lo saranno sempre, ma purtroppo non possiamo contenere tutto nella nostra testolina.
In buona sostanza, che bisogno c’è di fare sempre i “kontro” ad ogni costo?
Ma un pacchetto di cazzi vostri ogni tanto no eh? 

lunedì 6 febbraio 2012

L'eredità dei Forconi...


Sono passate quasi due settimane dai quei cinque giorni che hanno paralizzato la Sicilia, il Movimento dei Forconi è ancora attivo, anche se non si capisce bene che cosa gli passi per la testa.
Ma al di là di quello che accadrà nei prossimi giorni, (forse nulla o forse tutto), è giusto fare un piccolo bilancio di questo Movimento che comunque ha messo in moto alcune dinamiche interessanti.
Personalmente ho da subito abbracciato i motivi della protesta, non perché fossi certo che sarebbe partita un'onda che avrebbe contagiato l'Italia intera, ma perché è ormai da tempo che credo che prima dei grandi slanci dobbiamo lavorare sul risveglio delle coscienze dei Siciliani, un popolo a mio avviso stanco, sfiduciato e vittima dei suoi errori. Vedere quindi un sussulto popolare di questa portata mi ha comunque emozionato, proprio perché dobbiamo riprendere possesso della nostra identità se vogliamo assicurarci un futuro.
C'è stata quindi la partecipazione della gente, da entrambi i fronti, chi era pro e chi contro, si è assistito ad un dibattito acceso fra il popolo che per la prima volta si è messo in discussione su temi di interesse comune, e mettendo da parte la solita politica ormai morta e sepolta ha finalmente parlato di problemi concreti e non di ideologie.
Ma per quanto si possa essere a favore o contro di quel blocco che ha sicuramente causato dei disagi ai Siciliani ottenendo un nulla di fatto, non possiamo ignorare che i media nazionali abbiano totalmente snobbato e diffamato la protesta in atto.
Si può condividere o meno il Movimento dei Forconi, ma che nessuno in Italia ne sapesse nulla è stato davvero umiliante per noi Siciliani. I giornali hanno infatti reputato più importate la protesta dei tassisti romani, perché è ovvio che qualche centinaio di tassisti possono mettere in ginocchio una capitale ed una nazione, molto più che migliaia di Siciliani che abbracciavano una protesta che aveva di fatto bloccato le esportazioni di beni e di carburante verso il nord.
Ma più che il silenzio ha fatto male la diffamazione operata dagli stessi giornalisti verso il Movimento e verso tutti i suoi sostenitori tacciandoli prima di legami con Forza Nuova, poi di infiltrazioni mafiose, come se di base non possa nascere nel meridione una forma di protesta che non sia pilotata.
Certo, in un movimento di queste proporzioni e nato dal basso non mancano le ombre, sarebbe stupido negarle, ma di fatto non si può ignorare il lato buono della lotta per portare alla ribalta solo ciò che stona, anche perché in molti casi i media hanno calcato l'accento su episodi dubbi o di poco conto.
Da questa vicenda nascono diverse domande: come mai questo silenzio? Forse si voleva evitare di far dilagare la protesta in tutta Italia o forse neanche i giornalisti avevano capito l'importanza della manifestazione?
Eppure dopo i primi giorni era evidente che questi blocchi avevano una portata enorme per una regione che di solito preferisce subire e rassegnarsi piuttosto che alzare la testa...
A questo punto sorgono altre domande: che forse noi Siciliani siamo cittadini di serie b? Si ricordano di noi solo per riportare notizie di cronaca o che non fanno onore ad una regione che poi così malata non è?
Le riflessioni sono tante e le conclusioni, a parer mio, sono di non dimenticare questa lezione, e di rivalutare seriamente il ruolo della Sicilia all'interno del sistema Italia. Per carità, nessuno qui grida al secessionismo, ma sarebbe il caso di rileggere la nostra storia e di sentirci prima di tutto siciliani e poi italiani, perché è solo partendo dal nostro quotidiano che potremo davvero cambiare le cose.
Inoltre ho visto fra la gente tanta confusione su argomenti come lo Statuto Speciale, il meridione parassita e il nord che paga, la nostra storia passata e recente; ed è per questo che si deve lavorare sull'identità di noi Siciliani, perché è solo capendo a fondo i nostri pregi e difetti che riusciremo davvero a vedere questa regione non come un luogo da cui fuggire a causa degli altri (perché qui è sempre “colpa degli altri”), ma come una terrà ricca di opportunità e che ha bisogno solo del contributo di tutti i suoi abitanti per cambiare radicalmente.

Luciano Zaami

lunedì 16 gennaio 2012

Una città senza passato è anche una città senza più futuro

A seguito del mio percorso iniziato su Caltanissetta ed il suo malessere, ho ricevuto diversi commenti che mi hanno inevitabilmente dato ottimi spunti per agire e reagire.
Caltanissetta è un paziente, tutti ne conosciamo la patologia ma, come spesso accade in medicina, non riusciamo ad identificare l’origine di questo male.
Eppure in quest’ultimo periodo sembra che qualcuno abbia cominciato ad intuire qualcosa, e la notizia si sta diffondendo di bocca in bocca.
Io stesso l’ho appresa qualche mese fa, da un’amica durante una pausa sigaretta su di un balcone che dava sulla centralissima Corso Umberto; lei mi disse di far caso al fatto che a Caltanissetta i Nisseni DOC erano pochi.
Lentamente cominciai a controllare la provenienza della generazione dei nostri genitori e poi anche quella dei nonni, ed in parte è vero. Io stesso sono di padre palermitano, e da parte di mia madre, sia mio nonno che mia nonna non sono originari di Caltanissetta.
Questo va collegato al fatto che dopo aver acquistato il ruolo di capoluogo, Caltanissetta abbia attratto dai paesi molte persone che venivano a lavorare negli uffici, e di conseguenza buona parte della popolazione non era Nissena e forse non amava questo grande paese abbandonato nel cuore dell’isola.
Teoria interessante e plausibile, generazioni di Nisseni che non amavano la loro città e che hanno quindi diffuso questo malessere e forse odio verso un luogo che poi così brutto non è. Del resto sono proprio i genitori a spingere i loro figli ad andare via, senza nemmeno invitarli prima a provare a costruire qualcosa. Qui arrivati ai 18 anni si va via, è questa è la norma.

Sempre parlando con amici e lettori, mi hanno fatto notare che forse, i nostri politici, hanno volutamente cancellato la nostra storia perché questa non è nobile, è un passato duro e triste, fatto di agricoltura, miniere e di povertà.
Che forse la nostra storia non è tutta rose e fiori è anche vero, ma non per questo va dimenticata, perché altrimenti si viene a creare questa situazione di ignoranza riguardo le proprie origini che  portano ad avere vergogna per la propria terra e cultura.
La storia è un fatto, e l’unica cosa che possiamo fare è accettala, nel nostro caso, visto che poi non si tratta di nulla di vergognoso, ha una valenza doppia, perché ci ricorda da dove veniamo, quali e quanti sono stati i sacrifici dei nostri padri, e ci spinge a lavorare per scrivere adesso una storia in positivo, non fatta di emigrazione, ma di cittadini che amano la loro terra e che cercano un riscatto.

Personalmente, e so che questo causerà delle polemiche, credo che buona parte di questa mancanza di autostima debba attribuirsi a ciò che è successo dall’Unità d’Italia in poi. Per più di cento anni ci hanno convinto che in Sicilia e nel Sud si stava male, che i Borboni erano dei tiranni, che chi lottava per la sua terra era un Brigante,  e che l’unica soluzione era quella di emigrare.
Hanno scritto una nuova storia, e ci hanno fatto credere che tutto quello che accadeva dal Napoli in giù fosse negativo e da cancellare.
In cuor nostro sappiamo che il Sud è stato per secoli il centro della cultura Italiana, eppure a scuola ci fanno studiare tutto su Lorenzo Dei Medici, ed a stento sappiamo chi era Federico II.
Le nostre città sono piene di strade intitolate ai Savoia, ma stranamente non ci sono vie per Ruggero il Normanno, o comunque non quanto dovrebbero essere. Volete un esempio? Andate su google e cercate Lorenzo De Medici e Ruggero il Normanno, resterete stupiti dalla differenza di voci riguardanti i due personaggi storici.
Tutto questo faceva parte di un progetto ben più ampio, fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani (perché diciamocelo, siamo stati separati dalla caduta dell’Impero Romano all’unità d’Italia, viene quindi spontaneo chiedersi se davvero erano presenti i presupposti per parlare di popolo Italiano).
Per fare gli Italiani bisognava cancellare la storia del sud per sostituirla con una nuova di zecca, una storia così estranea al nostro passato che alla fine ci ha reso stranieri in patria e ci ha spinti ad andare verso un nord del quale si è sempre parlato con toni positivi e che quindi era la meta sognata.
Ovviamente non voglio generalizzare, perché il concetto di Penisola e di Bel Paese è sempre esistito, ma di certo si è fatto molto per farci dimenticare la nostra identità.
Credo quindi necessario un impegno da parte delle istituzioni locali, e di NOI cittadini, a far riscoprire la propria terra, perché solo capendone la grandezza riusciremo ad impegnarci per fare in modo che questa isola diventi davvero nostra.
Il nostro carattere è stato fortemente forgiato dal territorio e dalla nostra storia, eppure sconosciamo entrambe.
Prima di essere Italiani cerchiamo di essere Siciliani, altrimenti saremo sempre un popolo di emigranti che non sa da dove viene né dove va.

domenica 8 gennaio 2012

La ricerca di una terza via: Un Modello Siciliano.

Anche quest’anno, le città Siciliane, sono risultate essere le ultime dalla classifica del Il Sole24Ore.
Un triste primato che si ripete ogni anno, e che sembra non interessare ai nostri politici che fanno di tutto affinché nulla cambi qui in terra di Trinacria.

Ultimamente ho però maturato un nuovo modo di vedere le cose, non solo per la Sicilia ma per tutto il Sud Italia, la mia domanda è: e se avessimo sbagliato il metodo d’approccio per lo sviluppo del Meridione?
Ed ancora: Possiamo davvero parlare di Sviluppo in una terra già ricca di suo storicamente?

Quello che sto per dire, potrà sembrare dai toni forti, invece va visto in maniera lucida e tenendo conto della storia del nostro Meridione.

Come già ho scritto nel mio blog i Siciliani, come tutte le genti del Sud Italia, soffrono del male della “perdita dell’identità”, la nostra storia è stata nascosta ed in alcuni casi addirittura cancellata, questo ha portato ad avere un popolo che vive in una terra senza passato; un luogo fatto di un presente senza valore ed in un futuro incerto.
Al nostro retaggio è stato sostituito un nuovo modello, quello Settentrionale. Modello sognato, di benessere e felicità che si realizza solo emigrando, (perché qui questo modello sembra non funzionare).
In Sicilia sappiamo bene che arrivati ad una certa età si deve andar via, perché al Sud non c’è nulla, mentre al Nord si sta bene, si vive meglio e tutto è più bello, o forse questo è solo quello che per anni abbiamo creduto?
Ma dov’è che abbiamo sbagliato?
Sappiamo che in passato si è provato ad applicare al Sud un modello che non ci appartiene, quello industriale che è fallito per motivi storici, ma anche geografici.
Come possiamo applicare una modello ad un sistema che per sua natura non potrà mai farlo suo? Semplicemente non possiamo.

Finché guarderemo al Nord come una terra promessa, ne verremo attratti e non riusciremo mai a fermare il flusso migratorio che da sempre flagella il Sud.
A cosa dobbiamo quindi puntare?
Credo che sia giunto il tempo di cercare una terza via, un “Modello Siciliano” che possa diventare il nostro vero motore per lo sviluppo.
Quello che per altri è lentezza è pigrizia, non è altro che il nostro modo d’essere e di vivere, quello del Meridione è un sistema che si è evoluto in secoli di storia e che adesso viene dipinto come negativo. Perché quindi vergognarsi del nostro modo di essere? Della nostra cultura e delle nostre radici? Chi ci dice che il nostro modo di essere sia quello sbagliato? Non sarebbe ora di smetterla di piangerci addosso?
Ciò che si deve fare è analizzare i nostri punti di forza, e costruire su quelle basi. Sfruttare al massimo le nostre risorse che sono quelle del turismo, della cultura e del mangiar sano. Fare in modo che la Sicilia diventi il centro del Mediterraneo sia come punto di snodo logistico, che come eccellenza turistica.
Facciamo in modo che il nostro Essere Siciliani, diventi una caratteristica unica e positiva, un pregio e non una sventura.
Far capire ai giovani che “quello che siamo” non è un fattore di cui vergognarsi, e che l’unico modo per evitare che le generazioni future lascino la Sicilia è quello di non abbandonarla adesso, ma di rimboccarsi le maniche e di creare sviluppo ora.

Dobbiamo essere noi Siciliani a rialzarci e metterci al lavoro, senza attendere leggi giuste che mai verranno, e senza chiedere aiuto al politico di turno.
Abbiamo perso la voglia di lottare e di amarci, attendiamo da sempre che qualcosa accada, e non abbiamo capito che tutto dipende da noi, che il nostro futuro e la nostra felicità esisteranno solo se noi lo vorremo.
Rialziamoci dunque, e mettiamoci a lavoro!

mercoledì 28 dicembre 2011

L'ignoranza dei Nisseni

Il solito luogo comune vuole, che i Nisseni lamentandosi a torto, dicano che a Caltanissetta non ci sia nulla da vedere.
Tutto questo, all’occhio di chi è attento, appare falso e soprattutto ignorante.
Il Nisseno è per sua natura Ignorante, ma qui per ignoranza parlo proprio della natura stessa della parola, ovvero “ignorare qualcosa”, ed in questo caso, il Nisseno, ignora il patrimonio della sua città, e quindi con esso la sua storia. Il non conoscere la storia di Caltanissetta deriva di conseguenza dal poco amore che i cittadini hanno per il loro capoluogo. Quindi, riassumendo, i Nisseni non amano Caltanissetta.
Se così non fosse, se provassero infatti interesse per i luoghi e la loro storia, sarebbero più attenti ed attivi per cambiare le sorti di questo centro depresso.
Caltanissetta ha fama di essere un’isola di noia, ma non è il tessuto urbano con le sue strade ed i suoi palazzi ad essere maledetto, il profilo di una città  non è forse delineato da chi la abita? Non è forse la vivacità e vitalità dei cittadini a definire l’anima di un luogo?
Dunque, se Caltanissetta soffre di un male, l’origine va ricercata nei suoi abitanti ed in nessun altro.
Per sostenere una tesi, devo anche portare delle prove, partiamo dunque, a conferma di questo mio pensiero, alla scoperta di un tour insolito ma reale, un tour che vuole portare il lettore a prender coscienza del suo patrimonio.
Immaginate di essere su di un auto, provenite da Enna e percorrete la SS122, superato il confine della provincia, vi troverete a passare su Ponte Capodarso, questo ponte, come pochi sanno, fu costruito dagli Spagnoli circa 500 anni fa, sotto l’Imperatore Carlo V, quando la Sicilia faceva parte dell’enorme Impero Spagnolo. Ponte di alta ingegneria se visto nel contesto del nostro entroterra cinquecento anni fa.
Il Ponte in questione, attraversa una riserva naturale, quella dell’Imera, una magnifica gola in tufo scavata da un fiume. Poco conta se prima i politici delle scorse amministrazioni hanno fatto passare, sopra quel fiume, un tratto dello scorrimento veloce per Gela, e poi hanno autorizzato la riserva. Sappiamo infatti che il politico, per sua natura, è disonesto ed incurante verso il territorio, quindi si è comportato come ha meglio creduto, svolgendo appieno il suo ruolo.
Continuando a salire, attraversiamo paesaggi mozzafiato, con antiche case in rovina che fanno da guardia ad olivi e mandorli secolari.
Si passa quindi sotto monte Sabucina, una splendida roccia che al tramonto si colora di rosso, la stessa roccia con la quale sono costruiti quasi tutti i palazzi della Sicilia occidentale e che di recente è stata utilizzata per la ricostruzione della Cattedrale di Noto, e non distante troviamo il sito archeologico omonimo, anch’esso in cattivo stato, dimenticato, come tutto del resto.
Continuando in direzione di Caltanissetta, troviamo le miniere di zolfo, archeologia industriale che da anni, a detta dei Nisseni, dovrebbero essere adibite a museo, ma il popolo stesso non sa dove esse siano.
All’altezza del Villaggio S.Barbara, troviamo Terrapelata e le sue Maccalube. Un sito unico nel suo genere che accoglie dei vulcanelli di fango, un fenomeno rarissimo, che moltissimi Nisseni ignorano.
Di questo genere di vulcani ne abbiamo solo tre in Italia, uno è in Emilia-Romagna, gli altri due in Sicilia. Ma mentre due di questi sono stati adibiti a riserve naturali, attirando ogni anno migliaia di turisti, in quello di Caltanissetta, manco a dirlo, si è preferito creare una discarica a cielo aperto: ditemi se questo non è un caso di ignoranza verso un nostro patrimonio e di conseguente mancanza di amore e rispetto verso il territorio.
Ma proseguiamo il nostro viaggio, subito dopo aver lasciato le Maccalube di Terrapelata al loro triste destino, raggiungiamo il vecchio stabilimento dell’Amaro Averna, vanto per Caltanissetta e splendido esempio di Archeologia industriale ancora in uso!
Infine, non distanti l’uno dall’altra, troviamo il museo archeologico di Caltanissetta e la ben nota Abazia di S.Spirito, una chiesa Arabo-Normanna unica nel suo genere e che ospita manufatti di epoca Romana, Araba, Normanna e Spagnola. Quasi duemila anni di Storia Siciliana sono racchiusi in questo piccolo scrigno di pietra di Sabucina.
Tutto questo si trova alle porte di Caltanissetta, in un lungo percorso cominciato con un Ponte Spagnolo e terminato in un’abazia Arabo Normanna.
Evito adesso di spingere la nostra passeggiata sin dentro il tessuto urbano, questo al solo fine di non annoiare troppo i lettori con descrizioni del patrimonio.
Questo piccolo tour ad occhi aperti, ha il solo scopo di far prendere atto ai nostri concittadini che Caltanissetta ha molto da offrire e che sono poche le città che possono vantare un percorso culturale e paesaggistico come quello appena descritto.
Certo, nessuno qui vuol fare paragoni con altri Centri, che di certo, hanno un patrimonio ben più ricco del nostro, ma non possiamo nemmeno affermare che la nostra città non abbia  nulla da offrire perché questo non è assolutamente vero.
Bisogna quindi prendere coscienza della nostra storia, per dare a noi stessi un’identità che possa aiutarci a trovare la forza  per rimboccarci le maniche ed iniziare una restaurazione che può solo avvenire grazie alla volontà dei cittadini.
Come ho già scritto infatti, la città è composta dai suoi abitanti, sono quindi loro a determinarne la buona e la cattiva sorte.
Non a caso, anni fa, con la vecchia giunta comunale, si era pensato bene di instituire l’assessorato all’Identità e Futuro, perché si era già capito che i Nisseni soffrono di un grande male, ovvero quello di aver perso l’identità, e questo porta a non sapere chi si è, e forse anche ad odiare un città che poi così brutta non è.
Solo riprendendo possesso del nostro passato potremo lavorare alla realizzazione di un futuro migliore per tutti noi, ma questo, sembra non interessare ad un popolo immerso da sempre in una strana era del sogno, lontano dalla storia e dai suoi eventi, come se tutto quello che accadesse non fosse legato in qualche modo al loro destino, eppure, in questo torpore secolare, trovano la forza, come fossero dei sonnambuli che parlano nel sonno, di lamentarsi di tutto, senza mai però alzare la testa e mostrare un briciolo di dignità.

venerdì 11 novembre 2011

Poesia è Sottrazione

Su cosa sia per me la poesia, ho le idee chiare: poesia é sottrazione.
Il lavoro del poeta é paragonabile a quello più duro ed intenso dello scultore.

Il poeta cerca di condensare ed esprimere in poche battute, tutte quelle sensazioni ed esperienze da lui accumulate nel tempo oppure appena nate.

Alcune poesie nascono di getto, e come fossero un'unica colata pesante di parole e concetti, vengono riversate sulla carta in modo da formare una prima versione informe del testo, solo allora ci si potrà dedicare alla parte più eccitante e creativa, quella della sottrazione.
Uno scritto va rivisto e reinventato, viene tolto ciò che non serve, eliminate parole inutili e pesanti, viene delineata la figura.


Come uno scultore che già vede nel blocco di marmo la forma umana intrappolata, così il poeta vede nel mucchio di parole la sua poesia.
Lo scultore infila le mani nella pietra e tenta di afferrare la figura per strapparla via dalla sua prigione.
Il poeta gioca di penna come lo scultore di scalpello; la poesia viene scolpita e resa leggera.

La leggerezza nella scrittura é tutto, esiste infatti un rapporto fondamentale fra contenuto e stile.
Non occorrono parole pesanti per esprimere concetti profondi, ma anzi, maggiore sarà il peso dei concetti, più alta dovrà essere la leggerezza della natura delle parole e dello stile dello scritto.
In scrittura andrebbero sempre prese come riferimento le morbide ed agili sculture del Bernini, che sembrano volare noncuranti della loro natura marmorea.

Non c'è nulla di peggio di un testo pesante, dalle parole stucchevoli e dalle strutture claustrofobiche.
Possiamo continuare ad essere duri senza mai perdere la leggerezza, quel rapido scorrere delle parole che ci rende un testo gradevole dalla prima all'ultima pagina
Scrivere testi dal sapore cupo e profetico, é un errore di gioventù, nulla di questo aiuta il lettore, non é certo grazie ai toni di grigio che un pittore rappresenta la tristezza, ma é in base alla quantità di amore che riesce ad infondere alla sua opera.

Dunque, poesia é sottrazione, sottrazione allo scopo di rendere un'opera leggera ma non vuota.

Leggera, ma non priva di consistenza e spessore.